Susannah si sentì spalancare la bocca. Accanto a lei Eddie fece un verso come per aver ricevuto un pugno allo stomaco. Ma Roland è vecchio... così vecchio! pensò lei. E questo significa che se questo è il ragazzo della taverna che aveva conosciuto a Mejis... quello con l'asino e la sombrera rosa... allora deve anche essere...

L'uomo alzò lentamente la testa. Stava piangendo.

«Buon vecchio Will Dearborn», disse. La sua voce era roca e cambiava repentinamente registro come accade quando rimane per molto tempo in disuso. «Mi spiace tanto, sai. Tu dovessi estrarre la pistola e spararmi, capirei. Orsì.»

«Perché dici così, Sheemie?» chiese Roland nello stesso tono dolce di prima.

Le lacrime di Stanley fluirono più veloci. «Tu mi hai salvato la vita e anche Arthur e Richard, ma soprattutto tu, buon vecchio Will Dearborn che era in realtà Roland di Gilead. E io l'ho lasciata morire! Colei che tu amavi! E l'amavo anch'io!»

Contorse i lineamenti in una smorfia di dolore e cercò di sottrarsi a Roland, che però lo trattenne.

«Niente di tutto quello fu colpa tua, Sheemie.»

«Avrei dovuto morire per lei!» proruppe lui. «Avrei dovuto morire al posto suo! Io sono stupido! Un idiota come mi chiamano!» Si schiaffeggiò in viso, prima da una parte e poi dall'altra, stampandosi impronte rosse sulle guance. Prima che potesse rifarlo, Roland gli ghermì la mano e lo costrinse ad abbassarla lungo il fianco.

«Fu tutta opera di Rhea», disse il pistolero.

Stanley, che in un lontano passato era stato Sheemie, guardò Roland in faccia cercando i suoi occhi.

«Aye», disse Roland annuendo. «Fu la Cöos... e anch'io. Avrei dovuto rimanere con lei. Se c'è qualcuno senza colpa, Sheemie, o Stanley, sei tu.»

«Così dici, pistolero? Vero-veramente?»

Roland fece un gesto affermativo. «Se ci sarà tempo, confabuleremo finché vuoi in proposito, e anche dei tempi che furono, ma non ora. Ora tempo non c'è. Tu devi andare con i tuoi amici e io devo rimanere con i miei.»

Sheemie lo fissò per un momento ancora e, sì, ora Susannah vedeva il ragazzo indaffarato in una taverna antica che si chiamava Riposo dei Viaggiatori a ritirare i boccali vuoti e tuffarli nel barile di lavaggio sotto la testa dell'alce bicefalo conosciuto come il Romp, evitando gli spintoni di Coral Thorin o i calci ancor meno scherzosi che gli rifilava un'attempata prostituta di nome Pettie the Trotter. Vide il ragazzo che era stato quasi ucciso per aver versato del liquore sugli stivali di un tipo poco raccomandabile di nome Roy Depape. Era stato Cuthbert a salvare la vita a Sheemie quella notte... ma era stato Roland, conosciuto dalla gente del posto come Will Dearborn, a salvarli tutti.

Sheemie protese le braccia intorno al collo di Roland e lo strinse con forza. Roland sorrise e gli accarezzò i riccioli con il moncherino della mano destra. Un singhiozzo sfuggì alla gola di Sheemie, sonoro come un raglio. Susannah scorse le lacrime negli angoli degli occhi del pistolero.

«Aye», mormorò Roland a voce bassissima. «Ho sempre saputo che eri speciale, lo sapevano anche Bert e Alain e qui ci ritroviamo, fausto incontro più avanti sul sentiero. Perché è così, Sheemie figlio di Stanley. Così è. Così è.»

 

6

Il Capataz di Cielo Blu

 

1

 

Quando Finli (noto in certi ambienti come la Donnola) bussò alla porta, Pimli Prentiss, il Capataz di Algul Siento, era in bagno. Si stava esaminando la pelle nella luce spietata della lampada al neon sopra il lavandino. Nello specchio a ingrandimento appariva come una grigia pianura butterata di crateri, non molto diversa dalla superficie delle terre desolate che si estendevano intorno ad Algul in tutte le direzioni. L'ascesso sul quale stava in quel momento concentrando la sua attenzione somigliava a un vulcano in eruzione.

«Chi mi cerca?» latrò, sebbene l'avesse già intuito.

«Finli o'Tego!»

«Entra, Finli!» Senza distogliere gli occhi dallo specchio. Le sue dita, comparendo enormi nella lente, si avvicinarono al brufolo infetto. Applicarono pressione.

Finli attraversò l'ufficio e si fermò sulla soglia del bagno. Dovette piegarsi un po' per guardare dentro. Superava di un bel po' i due metri di statura, molto alto anche per un taheen. «Sono stato alla stazione», annunciò Finli. «Andato e tornato.» Come accadeva alla maggior parte dei taheen, la sua voce passava irregolarmente dal guaito al ringhio e viceversa. A Pimli ricordavano tutti gli ibridi de L'isola del dottor Moreau di H.G. Wells e si aspettava sempre che prorompessero all'improvviso in un corale: «Non siamo forse uomini?» Un giorno Finli aveva pescato questa considerazione nella sua mente e lo aveva interrogato al riguardo. Prentiss aveva risposto con sincerità assoluta, sapendo che in una società in cui la telepatia di infimo livello era la regola, la sincerità era sempre la miglior politica. L'unica politica praticabile quando avevi a che fare con i taheen. E poi a lui Finli o'Tego piaceva.

«Di ritorno dalla stazione, bene», si compiacque. «E che cosa hai trovato?»

«Un operaio della manutenzione. Sembra che abbia messo il piede in fallo sul lato dell'Arco 16 e...»

«Aspetta», lo interruppe Prentiss. «Per favore, per favore, grazie.»

Finli attese. Prentiss si chinò di più sullo specchio, corrugando la fronte per la concentrazione. Era alto anche il Capataz di Cielo Blu, sul metro e novanta di statura, con una pancia spropositata sorretta da lunghe gambe con cosce possenti. Andava in piazza e aveva il naso a tubero del bevitore veterano. Dimostrava cinquant'anni. Si sentiva cinquantenne (anche più giovane di così, quando non aveva trascorso la notte precedente ad alzare il gomito con Finli e alcuni dei can-toi). Aveva cinquant'anni quand'era arrivato lì, parecchi anni prima, almeno venticinque, e solo per una stima prudente. Il tempo era un fatto teorico da questa parte, come i punti cardinali, ed era facile perdere la cognizione dell'uno e degli altri. C'era gente che perdeva anche la testa. E se la macchina solare si fosse inceppata per sempre...

La cima del foruncolo si gonfiò... tremò... esplose. Ah!

Un fiotto di pus sanguinolento sprizzò dall'ascesso infetto, inzaccherò lo specchio e cominciò a colare sulla sua superficie lievemente concava. Pimli Prentiss lo raccolse con la punta del dito, si girò per lanciarlo nel water, poi l'offrì invece a Finli.

Il taheen scosse la testa, quindi emise il verso angosciato di chi sa che sta trasgredendo alla dieta che si è imposto con tanto rigore e guidò verso la propria bocca il dito del Capataz. Ne succhiò il pus e si sfilò il dito dalle labbra con uno schiocco.

«Non avrei dovuto, ma non ho potuto resistere», si scusò. «Non mi avevi detto che il folken dall'altra parte ha concluso che mangiare carne al sangue gli fa male?»

«Yar», confermò Pimli asciugandosi il brufolo (che colava ancora con un fazzoletto di carta. Era lì da molto tempo e non ci sarebbero stati ripensamenti, per un mucchio di ragioni, ma fino a poco prima si era tenuto aggiornato; fino a... l'anno precedente? Possiamo chiamarlo così? Fatto sta che gli arrivava regolarmente il Times di New York. Era molto affezionato al Times, gli piaceva soprattutto compilare il cruciverba quotidiano. Era come un sottile cordone ombelicale con le sue origini.

«Ma hanno continuato a mangiarne lo stesso.»

«Yar, suppongo che siano in molti a farlo.» Aprì l'armadietto dei medicinali e prese un flacone di acqua ossigenata.

«È colpa tua d'avermelo messo sotto il naso», lo accusò Finli. «Non che normalmente ci faccia male, in fondo è un dolce naturale, come il miele o i frutti di bosco. Il problema è Rombo di Tuono.» Poi, come se il suo principale potesse non aver afferrato il concetto, aggiunse: «Troppo di quello che circola da quelle parti si è deteriorato, per quanto dolce continui a essere. Veleno, orsì».

Prentiss inzuppò un batuffolo di cotone nell'acqua ossigenata e si medicò la ferita sulla guancia. Sapeva benissimo a che cosa alludeva Finli, come avrebbe potuto ignorarlo? Prima di trasferirsi lì e indossare il mantello del Capataz, in più di trent'anni non aveva patito il benché minimo malanno cutaneo. Ora aveva brufoli sulle guance e sulla fronte, acne nell'incavo delle tempie, orribili grappoli di punti neri sul naso e una ciste sul collo che presto Gangli, il medico locale, avrebbe dovuto rimuovergli. (Secondo Prentiss, Gangli era un nome terribile per un medico; gli faceva venire in mente ganglio e gangrena.) I taheen e i can-toi erano meno sensibili ai problemi dermatologici, ma spesso le loro carni si aprivano spontaneamente, soffrivano di emorragie dal naso e persino le ferite di minor grado, un graffio o la puntura di un rovo, se non medicate prontamente, potevano portare infezione e morte. All'inizio si era potuto contare sugli antibiotici, ora non più. Lo stesso valeva per prodigi farmaceutici come l'Accutane. Era colpa dell'ambiente, morte che germogliava dalle stesse rocce e dalla terra circostante. A voler constatare con i propri occhi quali potessero essere gli effetti peggiori, bastava guardare i Rod, ridotti ormai alla pari dei Lenti Mutanti. Loro del resto si spingevano lontano a... lo si poteva ancora definire sud-est? Si spingevano lontano nella direzione di quel debole bagliore rosso che si scorgeva di notte e tutti dicevano che laggiù la situazione era molto peggiore. Pimli non sapeva con certezza se fosse vero, ma lo sospettava. Se chiamavano Discordia le terre oltre Fedic, non era senz'altro perché le consideravano luoghi di villeggiatura.

«Ne vuoi ancora?» chiese a Finli. «Ne ho un paio già maturi sulla fronte.»

«Nay, voglio fare il mio rapporto, ricontrollare i nastri e il telemetro, fare un salto a dare un'occhiata veloce allo Studio, e staccare. Poi mi faccio un bagno caldo e tre orette con un buon libro. Sto leggendo Il collezionista.»

«E ti piace», commentò Prentiss incuriosito.

«Moltissimo, dico grazie. Mi ricorda la nostra situazione qui. Se nonché mi piace pensare che i nostri scopi siano un po' più nobili e le nostre motivazioni un po' più alte della semplice attrazione sessuale.»

«Nobili? È così che li definiresti?»

Finli alzò le spalle e tacque. Era una convenzione implicita non discutere nei particolari di quanto avveniva a Cielo Blu.

Prentiss condusse Finli nel proprio studio-biblioteca, che si affacciava sul quartiere di Cielo Blu che chiamavano il Mall. Finli abbassò la testa sotto la plafoniera con la grazia inconscia di una pratica consolidata. Una volta (dopo qualche bicchiere di graf) Prentiss gli aveva detto che nell'NBA sarebbe stato un centrale straordinario. «La prima squadra di soli taheen», aveva aggiunto. «Vi avrebbero chiamati I Mostri, ma dove sta il problema?»

«Questi giocatori di basket, sono trattati con tutti gli onori?» si era informato Finli. Aveva il muso slanciato della donnola e grandi occhi neri. Non più espressivi degli occhi di una bambola, a giudizio di Pimli. Portava un gran numero di catene d'oro, diventate di moda per il personale di Cielo Blu, tanto che negli ultimi anni era fiorito un vivace commercio di quel genere di oggetti. Si era anche fatto mozzare la coda. Era stato probabilmente un errore, aveva confidato una sera a Prentiss quand'erano entrambi ubriachi. Un intervento incredibilmente doloroso e che, al momento del trapasso, lo avrebbe spedito nell'Inferno delle Tenebre, a meno che...

A meno che non ci fosse niente. Era un'idea che Pimli respingeva con tutta la forza di mente e cuore, ma sarebbe stato un bugiardo se non avesse ammesso (seppure anche solo a se stesso) che quell'idea lo tormentasse qualche volta durante le veglie notturne. Per pensieri di quel genere c'erano i sonniferi. E c'era Dio, naturalmente. La sua convinzione inattaccabile che tutte le cose servissero la volontà di Dio, persino la Torre.

In ogni caso Pimli aveva confermato che, sì, i giocatori di pallacanestro, quelli americani, almeno, ottenevano il meglio di tutto, comprese più passere di un'asse del cesso. Quell'ultima battuta aveva scatenato l'ilarità di Finli, che aveva riso fino a farsi spremere lacrime rossicce dagli angoli di quei suoi strani occhi inespressivi.

«Ma l'aspetto migliore», aveva continuato Pimli, «è che, a confronto delle medie dell'NBA, potresti giocare praticamente per sempre. Prendiamo per esempio il giocatore più celebrato della mia vecchia patria (anche se io non l'ho mai visto giocare perché venne dopo il mio tempo), uno che si chiamava Michael Jordan, ebbene...»

«Se fosse stato un taheen, che cosa sarebbe stato?» lo aveva interrotto Finli. Era un gioco a cui indugiavano spesso, specialmente dopo qualche bevuta.

«Una donnola, naturalmente, e parecchio piacente», aveva risposto Pimli in un tono sorpreso che Finli aveva trovato comico. Era scoppiato di nuovo a ridere fino a lacrimare.

«Ebbene», aveva ripreso Pimli, «la sua carriera si concluse poco oltre i quindici anni di attività, includendo un abbandono e un paio di rientri. Per quanti anni potresti praticare un sport per cui hai da correre avanti e indietro per una distanza non maggiore di quella di una campa per un'oretta circa, Fin?»

Finli di Tego, che allora aveva poco più di trecento anni, si era stretto nelle spalle e aveva ruotato la mano verso l'orizzonte. Delah. Innumerevoli.

E da quanto tempo esisteva Cielo Blu, la prigione che per i nuovi detenuti era Devar-Toi e per i taheen e i Rod era Algul Siento? Delah anche qui. Ma se Finli aveva visto giusto (e il cuore diceva a Pimli che quasi certamente era così), allora delah era quasi finito. E che cosa avrebbe potuto farci lui, un tempo Paul Prentiss di Rahway, New Jersey, e ora Pimli Prentiss di Algul Siento?

Il suo lavoro, niente di più.

Il suo fottuto lavoro.

 

2

 

«Allora», disse Pimli, prendendo posto in una delle due poltrone vicino alla finestra, «hai trovato un operaio della manutenzione. Dove?»

«Vicino al punto in cui il binario 97 esce dallo scalo», rispose Finli. «Quel binario è ancora caldo, ha quella che tu chiami la 'terza rotaia', dunque l'incidente si spiega. Poi, dopo che ce ne siamo andati, tu hai chiamato per dire che c'era stato un secondo allarme.»

«Sì. E che cosa avete trovato?»

«Niente. Quest'altra volta, niente. Un malfunzionamento, probabilmente, provocato forse dal primo allarme.» Si strinse nelle spalle, un gesto in cui si rispecchiava una consapevolezza che condividevano: tutto stava andando a rotoli. E più si avvicinavano alla fine, più veloce era il degrado.

«Tu e tuoi avete guardato bene, però?»

«Naturalmente. Nessun intruso.»

Entrambi tuttavia avevano in mente estranei in forma di umani, taheen, can-toi o macchine. Nessuno della pattuglia di Finli aveva pensato di guardare su e in ogni caso difficilmente avrebbe visto Mordred: un ragno ora grande come un cane di medie dimensioni, accovacciato nell'ombra profonda sotto lo spiovente della stazione, sorretto da una piccola amaca di fili intessuti.

«Hai intenzione di controllare di nuovo il telemetro per via del secondo allarme?»

«In parte», rispose Finli. «Ma più che altro perché mi pare di sentire qualcosa che non quaglia.» Era un'espressione che aveva preso da uno dei molti romanzi polizieschi dell'altra parte che leggeva - era un'autentica passione, la sua - e se ne serviva a ogni opportunità.

«Non ti quaglia in che modo?»

Finli si limitò a scuotere la testa. Non sapeva rispondere. «Ma il telemetro non mente. O così mi hanno insegnato.»

«Ne dubiti?»

Consapevole di essere di nuovo in un terreno insidioso - lo erano entrambi - Finli esitò, ma poi decise di osare. «Viviamo tempi di declino, capo. Dubito praticamente di tutto.»

«Anche dei tuoi compiti, allora, Finli o'Tego?»

Finli fece segno di no senza riserve. No, le sue mansioni erano escluse. Lo stesso valeva per tutti, compreso l'ex Paul Prentiss di Rahway. Finli ricordò un vecchio soldato, forse «Dugout» Doug MacArthur, che diceva: «Quando la morte mi chiuderà gli occhi, signori, il mio ultimo pensiero andrà alla mia compagnia. E la compagnia. E la compagnia». Probabilmente il suo ultimo pensiero sarebbe stato per Algul Siento. Che cos'altro c'era ormai? Con le parole di un'altra grande americana, Martha Reeves di Martha e i Vandellas: non avevano nessun posto dove scappare, baby, nessun posto dove nascondersi. Tutto era scappato di mano, scendeva a rotta di collo senza freni, e non restava altro da fare che godersi la corsa.

«Ti disturba un po' di compagnia mentre fai la tua ronda?» chiese Pimli.

«Perché dovrebbe?» rispose la Donnola. Sorrise, scoprendo file di denti aguzzi. «Sogna con me», cantò nella sua strana voce ondivaga. «Sono in viaggio per la luna dei miei pa-aadri...»

«Dammi un minuto», chiese Pimli alzandosi.

«Per pregare?» domandò Finli.

Pimli si fermò sulla soglia. «Sì», rispose. «Visto che me lo hai chiesto. Qualche commento, Finli o'Tego?»

«Solo uno, forse.» La creatura sorridente con il corpo di un essere umano e il muso allungato e bruno di una donnola continuò a sorridere. «Se la preghiera è un fatto così spirituale, perché ti inginocchi nella stessa stanza dove ti siedi a cacare?»

«Perché la Bibbia, nel caso ci siano presenti altre persone, suggerisce di farlo nel privato. Altri commenti?»

«Nay, nay.» Finli agitò la mano in un gesto di negligente concessione. «Fai il tuo meglio e il tuo peggio, come dicono i Manni.»

 

3

 

In bagno, Paul o'Rahway abbassò il coperchio del water e giunse le mani.

Se la preghiera è un fatto così spirituale, perché ti inginocchi nella stessa stanza dove ti siedi a cacare?

Forse avrei dovuto rispondere che così mi sento umile, pensò. Perché così resto nelle mie giuste dimensioni. È dalla terra che sorgiamo ed è alla terra che ritorniamo e se c'è una stanza dove è difficile dimenticarlo, è proprio questa.

«Dio», cominciò, «dammi la forza quando sono debole, risposte quando sono confuso, coraggio quando ho paura. Aiutami a non fare del male ad alcuno che non lo meriti e anche allora a farlo solo se mi è negata ogni altra alternativa. Signore...»

E mentre quest'uomo è in ginocchio davanti al water chiuso e si accinge di lì a poco a chiedere a Dio di perdonargli di operare per portare a termine la creazione (detto senza la minima ironia), noi possiamo approfittarne per esaminarlo un po' meglio. Non ci metteremo molto, perché Pimli Prentiss non è uno dei protagonisti principali della nostra storia di Roland e del suo ka-tet. È comunque un uomo molto interessante, pieno di risvolti e contraddizioni e vicoli ciechi. È un alcolizzato che crede fermamente in un dio personale, un uomo compassionevole che è ora sul punto estremo di far crollare la Torre e spedire i trilioni di mondi che ruotano sul suo asse nelle tenebre in un trilione di direzioni diverse. Ucciderebbe senza batter ciglio Dinky Earnshaw e Stanley Ruiz se sapesse che cosa stanno tramando... e passa in lacrime quasi tutte le giornate dedicate alla Festa della Mamma perché aveva amato immensamente la sua e immensamente ne sentiva la mancanza. Nella prospettiva dell'apocalisse, è l'uomo perfetto, uno che sa inginocchiarsi e sa parlare da vecchio amico al Signore Dio degli Angeli.

Ed ecco qui l'ironia: Paul Prentiss è la testimonianza vivente delle pubblicità che proclamano «Ho trovato lavoro tramite il New York Times!» Nel 1970, licenziato dal carcere che allora si chiamava Attica (lui e Nelson Rockefeller avevano almeno mancato la megainsurrezione), aveva trovato sul Times un annuncio che diceva così:

 

CERCASI: ESPERTO FUNZIONARIO CARCERARIO

PER POSIZIONE DI ALTA RESPONSABILITÀ

IN ISTITUTO PRIVATO

 

Ottima retribuzione! Benefit speciali!

Dev'essere disposto a viaggiare!

 

L'alta retribuzione era quella che l'adorata madre avrebbe definito «una palla extra large», perché non c'era nessuna retribuzione, non nel senso comprensibile a un funzionario carcerario del lato americano, ma quanto ai benefit speciali... be', quelli erano eccezionali. Tanto per cominciare si era abbuffato di sesso come ora si abbuffava di cibo e alcol, ma non era questo il più importante. Dal suo punto di vista, il quesito fondamentale era il seguente: che cosa vuoi dalla vita? Se la risposta è solo guardare gli zeri moltiplicarsi sul tuo conto in banca, allora Algul Siento non era il luogo adatto... e sarebbe stato un bel guaio, visto che una volta firmato, non si poteva più tornare indietro; era tutto per la compagnia. Solo e sempre la compagnia.

E fin qui era okay al cento per cento per Prentiss, che dodici anni prima si era sottoposto alla solenne cerimonia taheen di cambio del nome e non lo aveva mai rimpianto. Paul Prentiss era diventato Pimli Prentiss. E in quel momento aveva staccato la mente oltre che il cuore da quello che ora chiamava «il lato americano». E non perché qui aveva mangiato il miglior salmone e aveva bevuto lo champagne migliore. E neppure perché aveva fatto sesso simulato con centinaia di donne bellissime. Era perché questo era il suo lavoro e intendeva portarlo a termine. Perché si era convinto che il loro lavoro al Devar-Toi era il lavoro di Dio oltre che del Re Rosso. E sotto il concetto di Dio c'era qualcosa di ancor più potente: l'immagine di un miliardo di universi contenuto in un uovo che lui, l'ex Paul Prentiss di Rahway, impiegato a quarantamila dollari l'anno con un'ulcera e una pessima assistenza medica garantita da un sindacato corrotto, teneva ora nel palmo della propria mano. Si rendeva conto che dentro quell'uovo c'era lui stesso e che quando lo avesse rotto sarebbe cessato di esistere come essere in carne e ossa, ma se esisteva un paradiso e in esso c'era un Dio, allora entrambi trascendevano il potere della Torre. Sarebbe stato in paradiso che sarebbe andato e davanti a quel trono si sarebbe inginocchiato a chiedere perdono per i suoi peccati. E sarebbe stato accolto con un caloroso: ben fatto, mio buon e fedele servitore. Lì avrebbe trovato sua madre che lo avrebbe abbracciato e insieme sarebbero entrati a far parte della fratellanza di Gesù. Quel giorno sarebbe arrivato, Pimli ne era certissimo, e probabilmente prima del sorgere della prossima Luna delle Messi.

Non che si considerasse un fanatico religioso. Nient'affatto. Questi pensieri di Dio e paradiso, li riservava rigorosamente a se stesso. Agli occhi del resto del mondo, era un qualsiasi individuo che svolgeva il proprio lavoro, un uomo impegnato a operare al meglio fino alla fine. Senza dubbio non si vedeva come un cattivo, ma nessun uomo veramente pericoloso lo ha mai fatto. Pensiamo a Ulysses S. Grant, il generale della Guerra Civile che aveva dichiarato di volerla far fuori combattendo su quel fronte, avesse dovuto prendergli l'estate intera.

Ad Algul Siento, l'estate era quasi finita.

 

4

 

L'abitazione del Capataz era un'elegante Cape Cod in fondo al Mall. Si chiamava Casa Shapleigh (Pimli non aveva idea del perché), e i Frangitori la chiamavano Casa dello Sciacquone. All'altra estremità del Mall c'era un'abitazione molto più grande, un'aggraziata Queen Anne chiamata (per ragioni ugualmente oscure) Casa Damli. L'avresti vista bene in Fraternity Row a Clemson o Ole Miss. I Frangitori la chiamavano Casa Crepacuore, o talvolta Hotel Crepacuore. Benissimo. Era dove vivevano e lavoravano i taheen e un nutrito contingente di can-toi. Quanto ai Frangitori, che ci scherzassero sopra a piacimento e, per l'amor del cielo, che restassero convinti che il personale non ne sapesse niente.

Pimli Prentiss e Finli o'Tego passeggiarono per il Mall in cameratesco silenzio... eccetto s'intende quando incrociavano qualche Frangitore fuori servizio, da solo o in compagnia. Pimli li salutava immancabilmente con puntuale cortesia. Le reazioni che ottenevano variavano dalla giovialità totale ai grugniti imbronciati. Tutti però in qualche modo rispondevano e Pimli la considerava una vittoria personale. I suoi detenuti gli stavano a cuore. Che a loro piacesse o no, e a molti non piaceva, a lui stavano a cuore. Erano sicuramente più trattabili degli assassini, violentatori e rapinatori dell'Attica.

Alcuni leggevano vecchi giornali o riviste. Un quartetto giocava a lanciare ferri di cavallo. Un altro quartetto tirava colpi su un green di golf. Tania Leeds e Joey Rastosovich giocavano a scacchi sotto un bell'olmo, con le facce variegate dalle ombre che la luce del sole proiettava su di loro passando attraverso le fronde. Loro due lo salutarono con sincero piacere e perché no? Tania Leeds era ormai Tania Rastosovich, da quando Pimli li aveva sposati un mese prima, celebrando le nozze come il comandante di una nave. E in un certo senso era così che la vedeva: un vecchio, solido scafo di nome Algul Siento, un vascello da crociera che solcava i mari tenebrosi di Rombo di Tuono nella propria bolla di luce solare. Ogni tanto il sole si spegneva, diciamo il vero, ma il guasto di quel giorno era stato marginale, solo quarantatré secondi.

«Come va, Tania? Joseph?» Sempre Joseph e mai Joey, almeno non davanti a lui; non gli piaceva.

Risposero che andava benissimo, con quei sorrisi incantati e rimbambiti di cui sono capaci solo gli sposi novelli. Finli non disse niente ai Rastosovich, ma quando furono vicini a Casa Damli, in fondo al Mall, sostò davanti a un giovane seduto sotto un albero su una panchina di finto marmo che era intento a leggere un libro.

«Sai Earnshaw?» lo chiamò il taheen.

Dinky alzò la testa e inarcò le sopracciglia in un educato gesto interrogativo. Il suo viso, punteggiato da una grave forma di acne, rispecchiava la stessa blanda espressione educata.

«Vedo che stai leggendo Il mago», notò Finli quasi con imbarazzo. «Io sto leggendo Il collezionista. Ma che coincidenza!»

«Se lo dici tu.» La sua espressione non mutò.

«Mi chiedevo che cosa pensi di Fowles. Al momento sono parecchio occupato, ma magari in un'altra occasione potremmo discuterne insieme.»

Sempre con quell'espressione inespressiva ma educata, Dinky rispose: «Forse più tardi puoi prendere la tua copia del Collezionista, che spero sia con la copertina rigida, e ficcartela su per quel culo peloso che hai. Di traverso.»

Il sorriso speranzoso si spense sulle labbra di Finli. Fece un inchino, piccolo ma perfetto. «Mi spiace che la pensi così, sai.»

«Vai a rompere il cazzo a qualcun altro», ribatté Dinky e riaprì il suo libro. Se lo alzò davanti alla faccia, giusto per chiarire.

Pimli e Finli o'Tego ripresero il cammino. Ci fu un periodo di silenzio durante il quale il Capataz di Algul Siento tentò in vari modi di indurre Finli a rispondergli, desiderando sapere fino a che punto quel giovane lo avesse ferito. Il taheen era orgoglioso della sua capacità di leggere e comprendere la letteratura degli umani, tanto Pimli sapeva. Finalmente Finli lo esonerò dal compiere altri sforzi infilandosi tra le gambe le mani dalle lunghe dita (il sedere non era in verità peloso, ma le dita sì).

«Controllo che le palle siano ancora al loro posto», spiegò e Pimli pensò che il buonumore che c'era nella voce del capo della Sicurezza fosse sincero e non forzato.

«Mi spiace per quello che è successo», disse Pimli. «Se c'è uno a Cielo Blu che soffre gravemente di angst postadolescenziale, è sai Earnshaw.»

«Mi state distruggendo!» gemette Finli e quando il Capataz lo guardò stupito, sorrise malizioso mostrando quelle file di denti aguzzi. «È una battuta famosa di un film intitolato Gioventù bruciata», disse. «Dinky Earnshaw mi ricorda James Dean.» Rifletté per un momento. «Senza il suo speciale fascino scontroso, sia inteso.»

«Un caso interessante», commentò Prentiss. «Era stato reclutato per un programma terroristico da una sussidiaria della Positronics. Uccise il suo referente e fuggì. Noi naturalmente lo abbiamo preso. Non ha mai creato problemi veri, non a noi, ma ha sempre quell'atteggiamento bilioso.»

«Però non hai la sensazione che sia un problema.»

Pimli gli scoccò un'occhiata di traverso. «C'è qualcosa che tu ritieni che dovrei sapere sul suo conto?»

«No, no. Non ti ho mai visto così nervoso come in queste ultime settimane. Anzi, diciamo pane al pane: così paranoico.»

«Mio nonno aveva un proverbio», ribatté Pimli. «'Non ti preoccupi di lasciar cadere le uova finché non sei quasi a casa.' Noi siamo quasi a casa.»

Ed era vero. Diciassette anni prima, alla vigilia dell'ultima galoppata dei Lupi attraverso la porta dell'area di raccolta dell'Arco 17, le loro attrezzature nella cantina di Casa Damli avevano registrato la prima apprezzabile curvatura nel Vettore Orso-Tartaruga. Dopo di allora si era spezzato il Vettore dell'Aquila-Leone. Presto dei Frangitori non ci sarebbe più stato bisogno, presto il penultimo Vettore si sarebbe disintegrato con o senza il loro aiuto. Era come un oggetto in equilibrio precario che aveva ormai cominciato a oscillare. Presto si sarebbe spostato oltre il limite accettabile dell'escursione consentita e sarebbe caduto. O, nel caso del Vettore, si sarebbe infranto. Cancellato dall'esistenza. Sarebbe stata la Torre a cadere. L'ultimo Vettore, quello del Lupo e dell'Elefante, avrebbe retto forse per un'altra settimana o un mese ancora, ma non molto di più.

Erano pensieri che avrebbero dovuto compiacere Pimli, ma non era così. Soprattutto perché la memoria lo aveva ricondotto alle mantelle verdi. L'ultima volta erano partiti in una sessantina per i Calla, il contingente d'ordinanza, e sarebbero dovuti ritornare dopo le solite settantadue ore con il solito bottino di bambini.

Invece... niente.

Chiese a Finli che cosa pensava lui di quella disavventura.

Finli si fermò. Aveva assunto un'espressione grave. «Io credo che possa essere stato un virus», disse.

«Invoco perdono?»

«Un virus informatico. L'abbiamo visto succedere a molti dei nostri computer a Damli e conviene che non ti dimentichi che, per quanto minacciose possano sembrare le mantelle verdi a un branco di coltivatori di riso, in realtà sono solo computer con le gambe.» Fece una pausa. «O può darsi che il folken del Calla abbia trovato un modo per ucciderli. Mi stupirebbe scoprire che si sono levati sulle zampe posteriori e hanno dato battaglia? Un po', ma non troppo. Specialmente se fosse intervenuto qualcuno di fegato a guidarli.»

«Dici un pistolero, magari?»

Finli gli rivolse uno sguardo che rasentava la condiscendenza.

Sopraggiunsero sul marciapiede Ted Brautigan e Stanley Ruiz su biciclette a dieci velocità e quando il Capataz e il capo della Sicurezza alzarono la mano, entrambi ricambiarono il saluto alla stessa maniera. Brautigan non sorrise, ma Ruiz sì, con il sorriso beato e bamba dell'autentico cerebroleso. Era tutto occhi cisposi, guance lanuginose e labbra luccicanti di saliva, ma era lo stesso un bastardo di quelli potenti, da giurarlo davanti a Dio, e un tipo così poteva di peggio che bighellonare con Brautigan, il quale era cambiato completamente da quando era stato riportato lì dalla sua piccola «vacanza» nel Connecticut. Pimli era divertito dai berretti di tweed che portavano e che erano uguali - erano identiche anche le biciclette - ma non agli occhi di Finli.

«Smettila», disse Pimli.

«Smettere che cosa, sai?» chiese Finli.

«Di guardarmi come se fossi un bambino che ha appena perso il gelato che aveva nel cono e non ha abbastanza cervello da accorgersene.»

Ma Finli non desistette. Raramente lo faceva, ed era una delle cose che di lui a Pimli piacevano di più. «Se non vuoi che la gente ti guardi come se tu fossi un bambino, allora non agire da tale. Sono mille anni e più che circolano voci di pistoleri giunti dal Medio-Mondo a portare la salvezza. E mai un solo avvistamento confermato. Personalmente, sono più incline ad aspettarmi una visita del tuo Uomo Gesù.»

«I Rod dicono...»

Finli fece una smorfia come se avesse ricevuto una bastonata in testa. «Non cominciare con quello che vanno dicendo i Rod. Sono sicuro che porti abbastanza rispetto alla mia intelligenza, nonché alla tua stessa. Il loro cervello è marcito più velocemente della loro pelle. Quanto ai Lupi, lasciami esporre un concetto radicale: non ha importanza dove siano o che cosa sia stato di loro. Abbiamo abbastanza con cui portare a termine il lavoro ed è solo questo che conta per me.»

Il capo della Sicurezza si fermò per un momento davanti ai gradini che salivano alla veranda di Casa Damli. Stava guardando i due uomini sulle biciclette identiche e una riflessione gli fece increspare la fronte. «Brautigan è stato una vera scocciatura.»

«Puoi dirlo forte!» rise Pimli con una nota di afflizione. «Ma è un capitolo chiuso. Gli hanno detto che se si prova a renderci di nuovo la vita difficile, i suoi speciali amici del Connecticut, un ragazzino di nome Robert Garfield e una bambina di nome Carol Gerber, moriranno. Inoltre si è reso conto che, sebbene alcuni dei suoi colleghi Frangitori lo considerino un mentore e altri, come quella testa vuota con cui va in giro, lo venerano, nessuno è interessato alle sue... idee filosofiche, se vogliamo chiamarle così. Non più, posto che lo fossero. E io ho fatto quattro chiacchiere con lui quando è rientrato. A cuore aperto.»

Per Finli era una novità. «A che riguardo?»

«Certi fatti della vita. Sai Brautigan ha finalmente capito che i suoi poteri speciali non contano più come un tempo. La situazione si è evoluta abbastanza da lasciarlo indietro. I due Vettori che restano si infrangeranno con o senza di lui. E sa che alla fine ci sarà... della confusione. Paura e confusione.» Pimli annuì lentamente. «Brautigan vuole essere qui fino alla fine, fosse solo per consolare quelli come Stanley Ruiz quando il cielo si squarcerà.»

«Andiamo, diamo un'altra occhiata ai nastri e al telemetro. Giusto per essere sicuri.»

Salirono fianco a fianco gli ampi scalini di legno di Casa Damli.

 

5

 

Due dei can-toi stavano aspettando di scortare da basso il Capataz e il capo della Sicurezza. Pimli rifletté sulla bizzarria del modo in cui tutti, i Frangitori e il personale di Algul Siento, avevano preso a chiamarli: uomini bassi. Perché era stato Brautigan a coniare quell'espressione. «A parlare degli angeli, senti il frullio delle loro ali», avrebbe forse detto la sua amata madre, e Pimli pensava che se c'erano veri uomanimali in quegli ultimi giorni di quel vero mondo, allora i can-toi si sarebbero qualificati assai meglio dei taheen per quella definizione. Vedendoli senza le loro speciali maschere viventi, li avresti anche scambiati per taheen, con quella testa di topo. Ma a differenza dei taheen veri, che consideravano gli umani (a parte alcune rimarchevoli eccezioni come Pimli stesso) una razza inferiore, i can-toi veneravano le sembianze umane considerandole divine. Indossavano la maschera nei loro riti religiosi? Tenevano la bocca chiusa al riguardo, ma Pimli pensava di no. Pensava che credessero di diventare umani, ed era questo il motivo per cui, quando indossavano per la prima volta la loro maschera (era di carne viva, cresciuta più che fabbricata), assumevano anche un nome umano che accompagnasse il loro aspetto da uomo. Pimli sapeva che credevano di sostituire gli esseri umani dopo il Crollo... sebbene gli sfuggisse totalmente come avessero potuto concepire una simile idea. Dopo il Crollo ci sarebbe stato il paradiso, questo era evidente a chiunque avesse letto il Libro delle Rivelazioni... ma la terra?

Una nuova Terra, forse, ma Pimli non era sicuro nemmeno di quello.

Due guardie can-toi, Beeman e Trelawney, sostavano in fondo al corridoio a guardia delle scale che scendevano in cantina. Agli occhi di Pimli tutti gli uomini can-toi, anche quelli di corporatura snella e con i capelli biondi, ricordavano molto quell'attore degli anni Quaranta e Cinquanta che si chiamava Clark Gable. Avevano tutti quei labbroni sensuali e quelle orecchie a sventola. Poi, quando ti avvicinavi parecchio, notavi le rughe artificiali sul collo e dietro le orecchie, dove la loro maschera umana s'increspava in filamenti e s'insinuava nella loro realtà autentica (che la volessero accettare o no), pelosa e dentuta. E c'erano gli occhi. Erano mascherati dai capelli, ma a guardare bene, si vedeva che in origine quelle che scambiavano per orbite, erano in realtà fori in quelle strane maschere di materia vivente. In certi momenti si sentiva addirittura la maschera respirare, un fenomeno che Pimli trovava poco simpatico e un tantino ributtante.

«Hile», disse Beeman.

«Hile», disse Trelawney.

Pimli e Finli risposero al saluto, tutti si portarono il pugno alla fronte, dopodiché Pimli cominciò a scendere per primo. Nel corridoio sottostante, passando davanti a un cartello con la scritta DOBBIAMO LAVORARE TUTTI INSIEME PER CREARE UN AMBIENTE LIBERO DAL FUOCO e un altro con scritto AVE CAN-TOI, a voce molto bassa Finli disse: «Sono così strani».

Pimli sorrise e gli batté la mano sulla schiena. Per questo gli andava tanto a genio Finli o'Tego: come culo e camicia, andavano di comune accordo.

 

6

 

La cantina di Casa Damli era in larga misura costituita da uno stanzone pieno zeppo di attrezzature. Non tutte funzionavano e alcuni degli strumenti ancora attivi, non erano in grado di usarli (ce n'erano molti che non capivano per niente), ma avevano assoluta dimestichezza con gli apparecchi di sorveglianza e il telemetro che misurava gli scuri: unità di energia psichica spesa. Ai Frangitori era espressamente proibito usare le loro capacità psichiche fuori dello studio, e non tutti loro erano comunque in grado di farlo. Molti erano come uomini e donne così severamente addestrati al controllo delle proprie funzioni fisiologiche da non essere capaci di orinare senza uno stimolo visuale che assicurasse loro che, sì, erano in un gabinetto, e, sì, era consentito allentare i muscoli. Altri, come bambini che non hanno ancora raggiunto il controllo completo, erano incapaci di impedire qualche estemporanea proiezione psichica. La qual cosa poteva risolversi nel mal di testa passeggero di qualche malcapitato o in una panchina che si rovesciava al Mall, ma gli uomini di Pimli mantenevano una sorveglianza accurata e le trasgressioni che venissero giudicate «di proposito» erano punite, con castighi lievi per la prima volta, con severità rapidamente crescente in caso di recidività. E, come piaceva declamare a Pimli ai nuovi arrivati (ai tempi in cui i nuovi arrivati c'erano ancora): «State sicuri che il vostro peccato vi troverà». Il credo di Finli era ancora più semplice: il telemetro non mente.

Quel giorno sui tabulati del telemetro trovarono solo blip transitori. Erano insignificanti quanto sarebbe potuta essere una registrazione di quattro ore di peti e rutti di qualche gruppo. Niente di interessante risultò parimenti dai video e dai verbali dei guardiani.

«Soddisfatto, sai?» chiese Finli e qualcosa nel tono della sua voce indusse Pimli a girarsi bruscamente a guardarlo.

«E tu?»

Finli o'Tego sospirò. In quei momenti Pimli avrebbe desiderato che Finli fosse un umano oppure che lui stesso fosse un taheen autentico. Il problema erano quegli inespressivi occhi neri. Sembravano quasi i bottoncini che si cuciono al posto degli occhi sulle bambole di pezza ed era semplicemente impossibile interpretarli. A meno forse di essere un taheen come lui.

«Sono settimane ormai che non mi sento a posto», confessò finalmente Finli. «Con tutto il graf che bevo non riesco più a dormire, dopodiché mi trascino per tutta la giornata, tirando su tutti di peso. In parte è la perdita di comunicazioni da quando si è infranto l'ultimo Vettore...»

«Sai che era inevitabile...»

«Sì, certo, lo so. Dico solo che sto cercando ragioni razionali con cui spiegare sentimenti irrazionali e questo non è mai un buon segno.»

Sulla parete in fondo c'era una fotografia delle Cascate del Niagara. Una guardia can-toi l'aveva rovesciata. Gli uomini bassi trovavano che i quadri rovesciati fossero la cosa più esilarante del mondo. Pimli non aveva idea del perché. Ma alla fine chi se ne fregava? So come fare il mio lavoro del cazzo, pensò rigirando le Cascate del Niagara. lo so fare il mio mestiere e tutto il resto non conta, diciamo grazie a Dio e all'Uomo-Gesù.

«Abbiamo sempre saputo che verso la fine tutto avrebbe cominciato a scollarsi», riprese Finli. «Così io dico a me stesso che è colpa della situazione. Questa... sai...»

«Questa sensazione che provi», lo soccorse l'ex Paul Prentiss. Poi sorrise e posò l'indice destro sul cerchio composto dall'indice e il pollice sinistri. Era un gesto taheen che significava ti dico la verità. «Questa sensazione irrazionale.»

«Yar. So che a nord non è riapparso il Leone Sanguinante, né credo che il sole si stia raffreddando da dentro. Ho sentito storie della follia del Re Rosso e del Dan-Tete che sarebbe venuto a prenderne il posto e tutto quello che posso dire è: ci crederò quando l'avrò visto. Per questa fantastica notizia di un uomo-pistolero arrivato dall'Ovest a salvare la Torre, come predicono leggende e canzoni. Stronzate, dall'inizio alla fine.»

Pimli gli batté la mano sulla spalla. «Mi fa bene al cuore sentirti parlare così!»

Era consolazione autentica. Durante il suo mandato Finli o'Tego aveva svolto un lavoro ineccepibile. Il suo servizio di sicurezza aveva dovuto uccidere cinque o sei Frangitori, tutta gente che aveva cercato di scappare, rincitnillita dalla nostalgia di casa, e due altri erano stati lobotomizzati, ma solo Ted Brautigan era riuscito a «passare sotto il reticolato» (era un'espressione, questa, che Pimli aveva preso a prestito da un film intitolato Stalag 17) e, davanti a Dio, lo avevano ripescato e riportato al suo posto. Il credito dell'operazione era andato ai can-toi e il capo della Sicurezza aveva soprasseduto, ma Pimli conosceva la verità: era stato Finli a orchestrare ogni mossa, dall'inizio alla fine.

«Ma potrebbe non essere solo nervosismo, questo mio stato d'animo», continuò Finli. «Perché sono convinto che alle volte la gente ha intuizioni fondate.» Rise. «Come si fa a non crederlo in un posto che brulica come questo di precognitivi e postcognitivi?»

«Passino le intuizioni, ma niente psicocinetici», ribatté Pimli. «Dico bene?»

Il teletrasporto era l'unica cosiddetto facoltà paranormale di cui il personale di Devar aveva veramente paura e a buona ragione. Non c'erano limiti al caos che poteva provocare. Far arrivare un paio d'ettari di spazio siderale, per esempio, o creare un uragano aprendo una zona di vuoto assoluto. Per fortuna esisteva un semplice test con cui isolare quella particolare capacità (facile da amministrare, sebbene i macchinari necessari fossero residui degli Antichi e nessuno di loro sapeva prevedere per quanto ancora avrebbero funzionato) e c'era una semplice procedura (anch'essa lasciata dagli Antichi) con cui mettere in corto dei circuiti organici così pericolosi. Il dottor Gangli era in grado di neutralizzare potenziali psicocinetici in meno di due minuti. «Così elementare che al confronto una vasectomia sembra un intervento di chirurgia cerebrale», aveva affermato una volta.

«Cazzolutamente niente psicocinetici», stava rispondendo ora Finli, mentre conduceva Prentiss a una consolle che somigliava in maniera inquietante a quella che Susannah Dean aveva visualizzato nel suo Dogan. Gli indicò due quadranti contrassegnati dalla scrittura a zampa di gallina degli antichi (segni simili a quelli sulla Porta Introvata). In entrambi l'ago era posato sulla base del lato sinistro in corrispondenza dello 0. Quando Finli ne picchiettò il vetro con le nocche pelose, gli aghi sobbalzarono per un istante prima di ricadere al loro posto.

«Noi non sappiamo di preciso che cosa dovessero misurare questi quadranti», disse, «ma una cosa che sicuramente misurano è il potenziale telecinetico. Ci sono stati Frangitori che hanno invano cercato di nascondere la loro facoltà. Se ci fosse uno psicocinetico nei paraggi, Pimli o'New Jersey, questi aghi balzerebbero fino a cinquanta e perfino ottanta.»

«Dunque...» Per metà sorridendo e per metà serio Pimli cominciò a spuntare sulle dita. «Niente psicocinetici, niente Leone Sanguinante proveniente dal nord, niente uomo-pistolero. Ah, già: e le mantelle verdi sono state spazzate via da un virus informatico. Ma se le cose stanilo così, che cosa ti rode? Che cosa senti che non quaglia-glia-glia?»

«Dev'essere l'avvicinarsi della fine», si schermì Finli con un sospiro pesante. «Per questa notte raddoppierò le guardie sulle torri e anche lungo il recinto.»

«Perché non ti quaglia-glia-glia», lo canzonò un po' Pimli.

«Quaglia-glia-glia, yar.» Finli non sorrise. I suoi dentini aguzzi rimasero nascosti dalle lucide labbra scure.

Pimli gli batté la spalla. «Vieni, saliamo nello Studio. Forse vedere tutti quei Frangitori al lavoro ti rasserenerà.»

«Speriamo», rispose Finli, ma continuò a non sorridere.

«È tutto a posto, Fin», lo rassicurò con affetto Pimli.

«Sarà», disse il taheen, osservando dubbioso l'attrezzatura circostante» e poi Beeman e Trelawney, i due uomini bassi, che attendevano rispettosi vicino alla porta che i due pezzi grossi concludessero il conciliabolo. «Speriamo che tu abbia ragione.» Ma il suo cuore restava scettico. La sola cosa di cui sentiva il proprio cuore assolutamente convinto era che non fossero rimasti psicocinetici ad Algul Siento.

Il telemetro non mentiva.

 

7

 

Beeman e Trelawney li accompagnarono per tutto il lungo corridoio sotterraneo rivestito in pannelli di quercia fino al montacarichi del personale, perlinato anch'esso. In cabina c'era un estintore e un altro cartello ricordava al folken di Devar che dovevano lavorare insieme per creare un ambiente ignifugo.

Anche quello era a gambe all'aria.

Gli occhi di Pimli incontrarono quelli di Finli. Il Capataz ebbe l'impressione di scorgere divertimento nello sguardo del suo capo della Sicurezza, ma naturalmente poteva trattarsi del proprio umorismo riflesso come in uno specchio. Finli staccò senza una parola il cartello dal muro e lo rigirò. Nessuno dei due commentò sulla macchina che muoveva l'ascensore, il cui rumore era eccessivo e poco rassicurante. Né parlarono del modo in cui la cabina tremava durante la salita. Se si fosse bloccata, sarebbero tranquillamente usciti dalla botola sovrastante, una manovra che non avrebbe presentato difficoltà nemmeno per una persona leggermente sovrappeso (be'... parecchio sovrappeso) come Prentiss. Casa Damli non era certo un grattacielo e potevano comunque contare su soccorsi celeri.

Raggiunsero il terzo piano, dove il cartello sulla porta chiusa era diritto. Diceva SOLO PERSONALE e INSERIRE LA CHIAVE PREGO e SCENDETE IMMEDIATAMENTE SE AVETE RAGGIUNTO QUESTO LIVELLO PER ERRORE. NON SARETE PENALIZZATI SE FARETE IMMEDIATAMENTE RAPPORTO.

Mentre estraeva la tessera, in un tono distratto che poteva essere simulato (maledetti quegli occhi neri indecifrabili), Finli chiese: «Notizie da sai Sayre?»

«No», rispose Pimli (alquanto contrariato), «né mi aspetto di averne, per la verità. Se qui siamo isolati, c'è una buona ragione, votatamente dimenticati in mezzo al deserto come gli scienziati del progetto Manhattan degli anni Quaranta. L'ultima volta che l'ho visto, mi aveva detto che poteva essere... be', l'ultima volta che lo vedevo.»

«Rilassati», lo rintuzzò Finli. «La mia era semplice curiosità.» Infilò la tessera nella fessura e la porta della cabina si aprì con un cigolio più inquietante che mai.

 

8

 

Lo Studio era un locale lungo e con il soffitto alto al centro della Damli, anch'esso rivestito di pannelli di quercia. Il tetto di vetro, sopra pareti alte tre piani, lasciava entrare la preziosa luce solare di Algul. Sul ballatoio davanti alla porta attraverso la quale entrarono Prentiss e il Tego c'era un singolare quartetto composto da un taheen con la testa di corvo di nome Jakli, un tecnico can-toi di nome Conroy e due guardie umane di cui lì per lì Pimli non seppe rammentare il nome. Durante le ore lavorative, taheen, can-toi e umani convivevano in virtù di un'attenta e talvolta fragile cortesia, ma nessuno si aspettava di vederli socializzare fuori servizio, e in effetti da questo punto di vista il ballatoio era rigorosamente off-limits. I Frangitori che si trovavano di sotto non erano né animali in uno zoo né pesci esotici in un acquario; era un aspetto che sia Pimli sia Finli o'Tego avevano ripetutamente enfatizzato. Nei suoi numerosi anni di direzione, il Capataz di Algul Siento era stato costretto a lobotomizzare solo uno dei suoi uomini, una guardia umana peggio che idiota di nome David Burke, che aveva buttato qualcosa sulla testa dei Frangitori, forse gusci di noccioline, non ricordava bene. Quando Burke si era reso conto che il Capataz aveva seriamente intenzione di lobotomizzarlo, lo aveva implorato perché gli concedesse una seconda occasione, promettendo che non avrebbe mai più fatto un gesto così stupido e umiliante. Pimli aveva fatto orecchie da mercante. Aveva sottomano l'opportunità per un esempio che sarebbe rimasto per anni, se non per decenni, scolpito nella mente di tutto il personale, e non se l'era lasciata sfuggire. Ancora oggi era possibile vedere il signor Burke, ora veramente idiota, aggirarsi per il Mall o lungo il Confine Sinistro con la mascella penzoloni e gli occhi vagamente perplessi: so quasi chi sono, ricordo quasi che cosa ho fatto per finire così, si leggeva in quegli occhi. Era un esempio vivente di ciò che semplicemente non si può fare quando si è in presenza di Frangitori al lavoro. Non c'era però una norma che vietasse espressamente al personale di salire lassù, come infatti facevano di tanto in tanto.

Perché era rinfrescante.

Per prima cosa, quando si era nelle vicinanze dei Frangitori al lavoro diventava inutile parlare. Camminando per il ballatoio del terzo livello, uscendo dall'uno o dall'altro dei due ascensori, si era sotto l'influsso della «buona mente» come la chiamavano, che ti sbocciava nella testa nel momento stesso in cui aprivi la porta e ti affacciavi fuori, aprendoti nella mente canali percettivi di ogni sorta. Avesse fatto una visitina lassù, Aldous Huxley sarebbe diventato matto, aveva riflettuto spesso Pimli. Ogni tanto qualcuno si staccava letteralmente dal pavimento come abbozzando una levitazione, e il contenuto delle tasche aveva la tendenza a sfilarsi e rimanere sospeso nell'aria. Questioni che prima ti sembravano intricatissime si dissolvevano d'incanto nel momento in cui ti soffermavi a pensarci. Se avevi scordato qualcosa, il tuo appuntamento delle cinque o il secondo nome di tuo cognato, per esempio, quello era il posto giusto dove ricordarlo. E anche se ti accorgevi che quello che avevi dimenticato era importante, non ne eri minimamente turbato. Il folken lasciava il ballatoio sorridendo anche quando vi era salito nel peggiore degli stati d'animo (una luna storta era una ragione eccellente per farci un salto). Era come se dai Frangitori al piano di sotto salisse fino al ballatoio un gas esilarante, invisibile all'occhio ed elusivo anche per il più sofisticato dei telemetri.

I due alti funzionari salutarono le quattro creature e si affacciarono alla balaustrata di quercia a guardare giù. La stanza sottostante faceva pensare alla biblioteca di qualche dovizioso club londinese per soli uomini. Dalle pareti e dai numerosi tavolini spargevano luce diffusa appliques e abat-jour, molti dei quali con autentici paralumi di Tiffany. Pannelli di quercia rivestivamo i muri e pregiati tappeti turchi proteggevano i pavimenti. A una parete era appeso un Matisse, a un'altra un Rembrandt... a una terza la Gioconda. Quella vera, non la riproduzione esposta al Louvre del Mondo Cardine. Davanti al quadro sostava un uomo con le braccia conserte. Da lassù sembrava che lo stesse studiando, che stesse forse cercando di decifrare quel famoso sorriso enigmatico, ma Pimli sapeva che non era così. Anche gli uomini e le donne muniti di riviste davano l'impressione di essere intenti alla lettura, ma, potendo scendere a osservarli da vicino, si sarebbe visto che tenevano tutti gli occhi persi nel vuoto poco sopra la loro copia di McCalls o di Harper's. Una bambina di undici o dodici anni in uno squisito vestitino estivo a strisce che sarebbe potuto costare anche milleseicento dollari in una boutique per bambini di Rodeo Drive sedeva davanti a una casa delle bambole posata sul focolare del caminetto, ma Pimli sapeva che non stava affatto contemplando la raffinata replica di Casa Damli.

Erano trentatré in tutto. Alle otto, un'ora dopo lo spegnimento del sole artificiale, ne sarebbero arrivati trentatré nuovi. C'era poi un Frangitore, uno e uno soltanto, che andava e veniva a piacimento. Un individuo che era passato sotto il recinto e non aveva pagato per la sua trasgressione... se non per essere stato riportato lì, naturalmente, e per un uomo come lui quella era stata una punizione più che sufficiente.

Come se il pensiero lo avesse evocato, la porta in fondo alla stanza si aprì e Ted Brautigan fece il suo silenzioso ingresso. Indossava ancora il berretto di tweed. Daneeka Rostov staccò gli occhi dalla casa delle bambole e gli rivolse un sorriso. Brautigan la ricambiò con una strizzata d'occhio. Pimli diede una leggera gomitata a Finli.

Finli: (Lo vedo)

Ma era qualcosa di più. Lo percepivano. Nel momento in cui Brautigan era comparso nella stanza sottostante, quelli che si trovavano sul ballatoio, e più ancora quelli che si trovavano al suo stesso livello, avevano avvertito un aumento di energia. Nessuno aveva ancora ben chiaro che cosa avesse di speciale Brautigan e i macchinari di rilevazione non erano stati di grande aiuto (macchinari in parte resi inutilizzabili da quel vecchio bastardo in persona e di proposito, il Capataz ne era più che certo). Se c'erano altri come lui, gli uomini non ne avevano trovati nelle loro perlustrazioni (ora sospese, poiché avevano raccolto il quantitativo sufficiente di talento con cui portare a termine il lavoro). Una cosa che sembrava però chiara era che Brautigan agisse come un catalizzatore, che fosse cioè un paranormale non solo potente in sé ma capace di intensificare le capacità psichiche di chi gli era vicino. I pensieri di Finli, solitamente inaccessibili persino ai Frangitori, presero ora a risplendere nella sua mente come un'incandescenza.

Finli: (È straordinario)

Pimli: (E, per quel che ne sappiamo, unico   Hai visto la cosa)

Immagine: occhi che si dilatano e restringono, si dilatano e restringono.

Finli: (  sai che cosa lo provoca)

Pimli: (Assolutamente no e non m'importa caro Finli   Quel vecchio)

Immagine: un vecchio cane randagio con il pelo pieno di nodi e lappole, che camminava zoppicando su tre sole zampe.

(ha quasi finito il suo lavoro   è quasi tempo di)

Immagine: una pistola, una delle Beretta delle guardie umane, con la canna posata sulla testa del vecchio randagio.

Tre piani più sotto, l'oggetto della loro conversazione raccolse un quotidiano (i giornali erano tutti vecchi, ormai, vecchi come Brautigan stesso, vecchi di anni), si sedette in una poltrona di pelle così ampia che parve quasi inghiottirlo e diede l'impressione di mettersi a leggere.

Pimli sentì la forza psichica salire fino a loro e attraverso loro, su attraverso il soffitto di vetro, fino al Vettore che passava direttamente sopra Algul, e attaccarlo, scorticando e intaccando e strofinando senza posa. Aprendo crepe nella magia. Consumando pazientemente gli occhi dell'Orso. Assottigliando il guscio della Tartaruga. Per infrangere il Vettore che correva da Shardik a Maturin. Per far crollare la Torre Nera che si ergeva tra loro.

Pimli si rivolse al compagno e non si meravigliò di poter ora vedere gli astuti dentini nella testa da donnola di Tego. Finalmente sorrideva! Né lo sorprese di riuscire a leggere in quegli occhi neri. I taheen, in circostanze normali, erano in grado di inviare e ricevere qualche comunicazione molto semplice, ma erano impenetrabili. Lì però era tutto diverso. Lì...

...Finli o'Tego era in pace. Le sue preoccupazioni

(quaglia-glia-glia)

si erano sciolte. Almeno per il momento.

Pimli inviò a Finli una serie di immagine vivide: una bottiglia di champagne che s'infrangeva sulla poppa di una nave, centinaia di neri copricapi che volavano nell'aria il giorno della consegna dei diplomi; una bandiera che veniva piantata sulla vetta dell'Everest; una coppia che scappava dalla chiesa ridendo e abbassando la testa sotto una tempesta di grani di riso; un pianeta, la Terra, che esplodeva all'improvviso in un bagliore spaventoso.

Immagini che raccontavano tutte la stessa storia.

«Sì», disse Finli e Pimli si domandò come avesse mai potuto pensare che fosse difficile leggere in quegli occhi. «Sì, certo. Il successo alla fine del giorno.»

Nessuno dei due guardò giù in quel momento. Se lo avessero fatto, avrebbero visto Ted Brautigan, un vecchio cane randagio, sì, e anche stanco, ma forse non così stanco quanto alcuni presumevano, che levava la testa a guardare loro.

Con uno spettro di sorriso nascosto nelle labbra.

 

9

 

Non c'era mai pioggia laggiù, almeno non ce n'era stata negli anni di Pimli, ma talvolta nella stigia oscurità delle sue notti, si udivano possenti scariche di tuono. Il personale di Devar-Toi aveva generalmente imparato a dormire anche nel rimbombo di quell'artiglieria, ma Pimli spesso si svegliava con il cuore che gli martellava nella gola e il Padre Nostro che gli si snocciolava quasi inconsciamente nella mente come lo srotolarsi di un nastro rosso.

Ore prima, parlando con Finli, il Capataz di Algul Siento non aveva saputo sopprimere un sorriso imbarazzato usando l'espressione quaglia-glia-glia. Del resto era una cosa così infantile, come amba-raba-cicci-coccò o arri arri cavallino, mena l'asino al mulino.

Ora, nel suo letto a Casa Shapleigh (quella che i Frangitori chiamavano Casa Sciacquone), un intero Mall lontano da Casa Damli, Pimli ricordò la sensazione - l'assoluta certezza - che tutto sarebbe andato per il meglio; successo assicurato, solo una questione di tempo. Sul ballatoio Finli l'aveva condivisa, ma Pimli si chiedeva se il suo capo della Sicurezza fosse ora sveglio come lui e pensasse quanto era facile farsi fuorviare in presenza dei Frangitori al lavoro. Perché, orsì, loro spargevano quel gas esilarante. Quella vibrazione da «buona mente».

E supponiamo... proviamo solo a supporre... che ci fosse qualcuno che stesse incanalando quella sensazione? Che gliela stesse inviando come una ninnananna? Dormi dormi, Pimli bello, dormi dormi, caro Finli, fate la nanna da bravi bambini...

Idea ridicola, paranoia allo stato puro. Ciononostante, quando da quello che poteva ancora essere il sud-est giunse un altro duplice rimbombo di tuono - dalla direzione di Fedic e Discordia, in ogni caso - Pimli Prentiss si alzò a sedere e accese la lampada sul comodino.

Finli aveva annunciato di voler raddoppiare le guardie per quella notte, sia sulle torri, sia lungo le recinzioni. Magari domani le avrebbero triplicate. Giusto per non lasciare nulla al caso. E perché l'autocompiacimento quando si era ormai alla fine era una gran brutta cosa.

Pimli si alzò dal letto, un uomo alto con un pancione peloso, ora in un paio di calzoni blu di pigiama e nient'altro addosso. Pisciò, poi si inginocchiò davanti al coperchio abbassato della tazza, giunse le mani e pregò fino ad aver sonno. Pregò di fare il proprio dovere. Pregò di vedere i guai prima che i guai vedessero lui. Pregò per la sua mamma, giusto come Jim Jones aveva pregato per la sua guardando la fila dei suoi fedeli procedere verso la vasca di Kool-Aid avvelenato. Pregò fino a quando il tuono non si fu smorzato a poco più che un borbottio senile, poi tornò a coricarsi, di nuovo calmo. L'ultimo pensiero prima di assopirsi fu che l'indomani mattina per prima cosa avrebbe triplicato le guardie e quello fu il primo pensiero che ebbe quando si destò in una stanza inondata di falsa luce solare. Perché, quando si era quasi a casa, bisognava prestare la massima attenzione alle uova.

 

7

Ka-Shume

 

1

 

Una strana sensazione uggiosa si diffuse tra i pistoleri dopo che Brautigan e i suoi amici se ne furono andati, ma sulle prime nessuno ne fece parola. Ciascuno pensava che quella malinconia appartenesse a sé solo. Roland, che forse prevedibilmente sapeva riconoscere quel sentimento per ciò che era (ka-shume, l'avrebbe definito Cort), lo imputò invece alla preoccupazione per il giorno seguente e ancor più all'atmosfera debilitante di Rombo di Tuono, dove il giorno era oscuro e la notte era tenebra come la cecità.

Avevano sicuramente di che tenersi occupati dopo la partenza di Brautigan, Earnshaw e Sheemie Ruiz, l'amico d'infanzia di Roland. (Susannah e Eddie avevano tentato entrambi di indurre il pistolero a parlare di Sheemie, ma Roland non aveva voluto saperne. Jake, che poteva approfittare del tocco, non tentò neppure. Roland non era pronto a parlare di nuovo di quella vecchia storia, almeno non ancora.) Un sentiero scendeva a spirale per il fianco dello Steek-Tete e, dietro un ben architettato camuffamento di pietre e cespugli sbiancati dalla polvere del deserto, trovarono la grotta indicata loro dal vecchio. L'antro era molto più grande di quello che c'era più su, con lanterne a gas appese a dei pali conficcati nelle pareti. Jake e Eddie ne accesero due su ogni lato e tutti e quattro insieme esaminarono in silenzio il contenuto della grotta.

La prima cosa che Roland notò furono i sacchi a pelo: erano quattro, allineati lungo la parete di sinistra, ciascuno premurosamente disteso su un materassino gonfiato. Le etichette sui sacchi a pelo dicevano PROPRIETÀ ESERCITO STATI UNITI. Di fianco ai giacigli, c'era un quinto materassino gonfiabile protetto da alcuni asciugamani. Aspettavano quattro persone e un animale, ne dedusse il pistolero. È precognizione o ci stavano spiando? E che importanza ha?

Su un barile con la scritta PERICOLO! MUNIZIONI! c'era un oggetto avvolto nella plastica. Eddie tolse la plastica protettiva e tutti si ritrovarono a contemplare una macchina munita di due bobine, una delle quali carica. Roland non riuscì a decifrare una sola parola di quel che c'era scritto sulla macchina parlante e chiese lumi a Susannah.

«Wollensak» lesse lei. «Una ditta tedesca. In questo settore, erano i migliori.»

«Non più, zuccherino», obiettò Eddie. «Nel mio quando si andava in giro con 'la colonna sonora della nostra vita!' Era lo slogan della Sony che aveva inventato un lettore di nastri che ti potevi agganciare alla cintura. Si chiamava walkman. Scommetto che questo dinosauro pesa dieci chili. Anche di più, con le batterie.»

Susannah stava esaminando le anonime scatole di bobine impilate accanto al Wollensak. Ce n'erano tre. «Non vedo l'ora di sentire che cosa c'è su questi nastri», esclamò.

«Dopo che si sarà spenta la luce del giorno, forse», disse Roland. «Per adesso vediamo che cos'altro abbiamo qui.»

«Roland?» lo chiamò Jake.

Il pistolero si girò dalla sua parte. C'era qualcosa nel volto di quel ragazzino che quasi invariabilmente addolciva l'espressione di quello di Roland. Guardare Jake non solo faceva sembrare il pistolero più bello, ma era come se conferisse ai suoi lineamenti una qualità che normalmente non avevano. Secondo Susannah era la faccia dell'amore. E, forse, una sottile speranza per il futuro.

«Che cosa c'è, Jake?»

«So che dovremo combattere...»

«Non mancate la prossima settimana per Ritorno all'O.K. Corral, con Van Heflin e Lee Van Cleef», mormorò Eddie, addentrandosi nella caverna. Lì c'era un oggetto molto più voluminoso, protetto da un telo imbottito.

«... ma quando?» continuò Jake. «Sarà domani?»

«Forse», rispose Roland. «Io credo più probabilmente il giorno dopo.»

«Ho una sensazione terribile», confessò Jake. «Non è paura, non proprio.»

«Pensi che ci sconfiggeranno, caro?» chiese Susannah. Posò una mano dietro il collo di Jake e lo guardò in faccia. Aveva imparato a trattare con rispetto le sue sensazioni. Si chiedeva alle volte quanto di come era adesso fosse una conseguenza della creatura che aveva affrontato per arrivare fin lì. La cosa nella casa di Dutch Hill. Non era un robot, quello, non certo un vecchio giocattolo a molla arrugginito. Il guardiano era un autentico residuo del Prim. «Hai fiutato qualcosa nell'aria? È così?»

«Non mi pare», rispose Jake. «Non so che cos'è. So solo di aver avuto questa sensazione già una volta in passato ed è stato subito prima...»

«Subito prima di che cosa?» lo incalzò Susannah, ma prima che Jake potesse risponderle, intervenne Eddie. Roland ne fu contento. Subito prima di cadere. Così sarebbe finita la frase di Jake. Subito prima che Roland mi lasciasse cadere.

«Merda secca! Venite qui, ragazzi! Guardate un po' che roba!»

Eddie aveva sollevato la trapunta da un veicolo a motore che sembrava un incrocio tra un ATV e un triciclo gigantesco. Aveva enormi balloon incisi da un profondo battistrada a zig zag. I controlli erano tutti sul manubrio e sul rudimentale cruscotto era incastrata una carta da gioco. Roland intuì di che cosa si trattasse prima ancora che Eddie l'avesse sfilata pizzicandola tra due dita e girata per guardarla. Sulla carta c'era l'immagine di una donna con uno scialle in testa seduta a un arcolaio. Era la Signora delle Ombre.

«Sembra che l'amico Ted ti abbia lasciato un mezzo di trasporto, dolcezza», annunciò Eddie.

Susannah era accorsa arrancando sui moncherini. Alzò le braccia entusiasta. «Mettimi su! Mettimi su, Eddie!»

Lui l'accontentò e, quando lei si fu accomodata sul sellino, con le mani chiuse sul manubrio anziché sulle redini, sembrò che il veicolo fosse stato costruito sulla sua misura. Susannah premette un pulsante rosso e il motore si avviò con un rumore così sommesso che era difficile udirlo. Elettricità, non benzina, Eddie ne era certo. Come un golf cart, ma probabilmente molto più veloce.

Susannah si girò verso di loro con un sorriso raggiante. Accarezzò la carlinga marrone scuro del veicolo a tre ruote. «Chiamatemi Miss Centaura! Era da una vita che lo cercavo e nemmeno lo sapevo.»

Nessuno notò l'espressione tesa sul viso di Roland. Si chinò a raccogliere la carta che Eddie aveva lasciato cadere per terra perché nessuno se ne accorgesse.

Sì, era proprio lei, la Signora delle Ombre. Sotto lo scialle sembrava nascondere un sorriso astuto e un pianto. L'ultima volta che aveva visto quella carta, essa era nella mano dell'uomo che andava talvolta sotto il nome di Walter, talaltra sotto quello di Flagg.

Eppure non hai idea di quanto ti trovi vicino alla Torre, ormai, aveva detto. Ci sono mondi che ruotano intorno alla tua testa.

Fu così che riconobbe il sentimento che si era irradiato in tutti loro per ciò che quasi sicuramente era: non ansia o pessimismo, bensì ka-shume. Non esisteva una traduzione adeguata per quel termine dalle tinte plumbee, ma intendeva indicare la percezione di un lutto imminente nel proprio ka-tet.

Walter o'Dim, la sua antica nemesi, era morto. Roland lo aveva sentito nel momento stesso in cui aveva visto il volto della Signora delle Ombre. Presto anche uno dei suoi sarebbe morto, presumibilmente nella prossima battaglia contro l'influsso distruttivo del Devar-Toi. E una volta ancora la bilancia, che per qualche tempo si era inclinata a loro vantaggio, sarebbe tornata in equilibrio.

Non sfiorò la mente dell'ultimo cavaliere che il condannato a morte potesse essere lui.

 

2

 

C'erano i nomi di tre ditte su quella che Eddie battezzò immediatamente la «Trici Gran Turismo» di Suze. Una era la Honda; poi c'era la Takuro (souvenir della Takuro Spirit, veicolo d'importazione di straordinario successo in un'epoca precedente alla superinfluenza); la terza era la North Central Positronics. Ma c'era anche una quarta indicazione: ESERCITO STATI UNITI, nel senso di PROPRIETÀ DI.

Susannah non voleva saperne di scendere, ma alla fine si arrese. Dio sapeva quanto altro ancora c'era da vedere in quel posto, una vera e propria grotta del tesoro. La sua gola a imbuto era piena di scorte alimentari (soprattutto cibi liofilizzati che probabilmente non erano saporiti come la buona pappa di Nigel, ma li avrebbero comunque rifocillati), bottiglie d'acqua, bibite in lattina (Coca e Nozz-A-La in abbondanza, ma niente di alcolico), e il promesso fornello a propano. C'erano anche casse di armamenti. Su alcune c'era di nuovo la scritta ESERCITO STATI UNITI, ma in misura decisamente modesta.

Ora emersero le loro virtù più elementari: «la vera stoffa», l'avrebbe probabilmente definita Cort. I talenti e l'intuito che sarebbero forse rimasti sopiti per la gran parte della loro esistenza, per risvegliarsi solo di quel tanto da cacciarli in qualche guaio sporadico, se Roland non li avesse sollecitati a uscire dalla loro latenza... non li avesse vezzeggiati... e non ne avesse infine affilato i denti trasformandoli in armi mortali.

Nessuno fiatò quando Roland estrasse dalla sua bisaccia un palanchino e scalzò i coperchi dalle casse. Susannah si era dimenticata della Trici Gran Turismo che aveva aspettato per tutta la vita; Eddie dimenticò di fare qualche battuta di spirito; Roland scordò i suoi cupi presentimenti. Tutti si concentrarono sulle armi che erano state lasciate lì per loro e non ci fu un solo pezzo di cui non compresero il funzionamento; o subito o dopo averlo studiato per qualche minuto.

Una delle casse conteneva fucili AR15, canne ingrassate e culatte fragranti di olio di banana. Eddie notò i selettori aggiuntivi e guardò nella cassa accanto. Avvolti nella plastica e debitamente ingrassati a loro volta, c'erano dei caricatori a tamburo. Sembravano quelli dei vecchi film di gangster come La furia umana, ma più grandi. Eddie ne prese uno. Lo rigirò e trovò precisamente quello che si era aspettato: una graffa di conversione con cui agganciare i tamburi ai fucili, trasformandoli in falciatrici d'anime a fuoco rapido. Quanti colpi in un tamburo? Cento? Centoventicinque? Abbastanza da annientare un'intera compagnia, poco ma sicuro.

C'era una scatola che conteneva proietti con stampigliate le lettere STS. In una rastrelliera poco distante, contro la parete della grotta, erano allineati una mezza dozzina di lanciarazzi. Roland indicò loro il simbolo dell'atomo riportato sulle canne di lancio. Non voleva che il suo ka-tet utilizzasse armi capaci di diffondere radiazioni potenzialmente letali, per quanto efficaci fossero. Era pronto a uccidere i Frangitori se tanto fosse stato necessario perché smettessero di insidiare il Vettore, ma solo come ultima risorsa.

Vicino a un vassoio di metallo con delle maschere antigas (a Jake evocarono la raccapricciante immagine di teste di insetti alieni) c'erano due casse di armi leggere: tozze mitragliette con la scritta COYOTE sul calcio e pesanti pistole automatiche chiamate Cobra Star. Sebbene attirato da entrambe (in verità il suo cuore era attratto da tutte quelle armi), Jake scelse una Star perché somigliava un po' alla pistola che aveva perso. Il caricatore si inseriva nell'impugnatura e conteneva quindici o sedici colpi. Ma in quel momento non era questione di contare, bensì solo di guardare e conoscere.

«Ehi», li richiamò Susannah. Era tornata all'ingresso dell'antro. «Venite a vedere qui. Bocce.»

«Guarda cosa c'è scritto sul coperchio», la esortò Jake mentre la raggiungeva. Susannah l'aveva posato per terra; Jake lo raccolse e lo contemplò con ammirazione. Vi si vedeva il volto sorridente di un bambino con una cicatrice a forma di folgore sulla fronte. Portava occhialetti rotondi e impugnava una specie di bacchetta magica con cui apparentemente teneva una boccia sospesa nell'aria. Sotto il disegnino la scritta diceva:

 

PROPRIETÀ 449ESIMO SQUADRONE

24 «BOCCE»

 

MODELLO HARRY POTTER

 

SERIE #465-17-CCNDJKR

 

«NON FATE INCAZZARE QUELLI DEL 449!»

VI FAREMMO SPUTARE IL «SERPEVERDE»!

 

La cassa conteneva due dozzine di bocce imballate come uova in trucioli di polistirolo. Nessuno della banda di Roland aveva avuto l'occasione di studiarle da vicino durante la loro battaglia con i Lupi, mentre ora avevano a disposizione un discreto intervallo in cui indulgere nei loro interessi e nelle loro curiosità più naturali. Ciascuno si prese una boccia. Erano grandi più o meno quanto una palla da tennis, ma di gran lunga più pesanti. La quadrettatura della superficie le faceva somigliare a miniature di corpi celesti su cui qualcuno avesse tracciato le linee di latitudine e longitudine. Sebbene sembrassero di metallo, la sensazione al tatto era più simile a quella di gomma rigida.

Ciascuna aveva una targhetta di identificazione e un bottone. «Questo serve per svegliarle», mormorò Eddie e Jake annuì. C'era anche una piccola depressione nella superficie convessa in cui alloggiare facilmente un polpastrello. Jake premette senza il minimo timore che la palla potesse esplodere o che da essa potesse uscire una minisega elettrica e gli tranciasse le dita. Usò il bottone sottostante per accedere alla programmazione. Non sapeva come mai gli fosse così evidente, ma non ebbe dubbi.

Uno spicchio di superficie si aprì con un sospiro. Dentro c'erano quattro LED, tre dei quali spenti. Solo uno lampeggiava di una debole luce ambrata. C'erano sette finestrelle, che al momento segnavano 0 00 00 00. Sotto ciascuno c'era un bottoncino così piccolo che sarebbe stato possibile schiacciarli solo con la punta di un fermaglio raddrizzato. «Come il buco del culo di un bacherozzo», avrebbe brontolato Eddie quando avrebbe cercato di programmarne uno. Alla destra delle finestrelle c'erano altri due piccoli pulsanti, S e W.

Jake li mostrò a Roland. «Questo vuol dire SET e l'altro è WAIT. Tu cosa ne dici? Io credo che sia così.»

Roland annuì. Non aveva mai visto un'arma come quella, non da vicino, ma la presenza delle finestrelle rendeva evidente la funzione dei pulsanti. E riteneva che le bocce sarebbero tornate loro utili come mai avrebbero potuto quegli sparalungo con i loro proietti atomici. SET e WAIT.

PROGRAMMARE... e ATTENDERE.

«Secondo te sono stati Ted e i suoi amici a lasciare qui questa roba per noi?» domandò Susannah.

Roland non giudicava importante sapere chi avesse lasciato lì quegli armamenti, c'erano e tanto bastava, comunque annuì.

«Come? E dove l'hanno presa?»

 

 

Roland non era in grado di rispondere. Sapeva solo che quella grotta era un ma'sun, un arsenale. Sotto di loro c'erano uomini che facevano guerra alla Torre, quella che la discendenza dell'Eld aveva giurato di proteggere. Lui e il suo tet li avrebbero assaliti di sorpresa e con quegli strumenti di guerra avrebbero colpito e colpito finché tutti i loro nemici fossero stesi al suolo con le punte delle scarpe rivolte al cielo.

O finché stessa sorte non fosse toccata a loro.

«Forse ce lo spiega in uno di quei nastri che ci ha lasciato», ipotizzò Jake. Aveva inserito la sicura alla sua nuova Cobra automatica, che aveva riposto nella sacca a spalla con gli Oriza avanzati. Anche Susannah aveva scelto una Cobra, dopo averla fatta roteare sul dito un paio di volte.

«È possibile», concesse rivolgendo a Jake un sorriso. Era da tempo che Susannah non si sentiva fisicamente così bene. Così non-incinta. La sua mente però era turbata. O forse era il suo spirito.

Eddie aveva in mano un pezzo di tela che era stato arrotolato e stretto con tre giri di spago. «Quel Ted ha detto che ci lasciava una piantina del campo di prigionia. Scommetto che è questa. Qualcun altro oltre me vuol dare un'occhiata?»

Lo volevano tutti. Jake aiutò Eddie a srotolare la mappa. Brautigan li aveva avvertiti che era solo schematica e non aveva mentito: cerchi, rettangoli e poco più. Susannah vide il nome del piccolo borgo, Pleasantville, e ripensò a Ray Bradbury. Jake osservò incuriosito la rudimentale bussola, sulla quale il disegnatore aveva aggiunto un punto interrogativo di fianco alla lettera N.

Mentre esaminavano quel frettoloso sforzo cartografico, dall'oscurità esterna salì un grido lungo e tremolante. Eddie, Susannah e Jake si girarono in un moto istintivo di apprensione. Oy alzò il muso dalle zampe, fece un breve ringhio gutturale, poi posò di nuovo la testa e sembrò che tornasse a dormire: Al diavolo, non mi seccate, sono con i miei amici e non ho paura.

«Che cos'è?» sbottò Eddie. «Un coyote? Uno sciacallo?»

«Una specie di cane del deserto» gli rispose distratto Roland. Era accosciato (la qual cosa lasciava pensare che almeno per il momento l'anca gli facesse meno male) con le braccia strette intorno agli stinchi. Non distolse mai lo sguardo dai rozzi cerchi e rettangoli disegnati sulla tela. «Can-toi-tete.»

«È come Dan-Tete?» domandò Jake.

Roland lo ignorò. Raccolse la mappa e uscì dalla grotta senza girarsi. Gli altri si scambiarono un'occhiata e lo seguirono, avvolgendosi di nuovo le coperte intorno al corpo come mantelle.

 

3

 

Roland tornò nel punto in cui Sheemie (con un piccolo aiuto dai suoi amici) li aveva trasportati da quest'altra parte. Questa volta usò il binocolo per osservare molto a lungo Cielo Blu. Dietro di loro si levò nuovamente l'ululato del cane del deserto, un richiamo solitario nell'oscurità.

Un'oscurità che, secondo Jake, era ora più scura. Gli occhi si adattano al progressivo calare della luminosità del cielo, ma quel fulgido fascio di luce solare appariva ora per contrasto ancor più brillante. Era più che sicuro che la macchina che lo produceva avesse solo due possibili posizioni, acceso o spento, e nessuna gradazione intermedia. Chissà, forse lo lasciavano acceso anche per tutta la notte, ma ne dubitava. Aveva pur imparato al corso di scienze che il sistema nervoso degli esseri umani era sintonizzato su un alternarsi di luce e buio. Ci si poteva anche adeguare a lunghi periodi di luce fioca, come accadeva tutti gli anni agli abitanti dei paesi artici, ma c'era sempre il rischio di gravi turbe mentali. Era logico pensare che coloro che là sotto esercitavano il comando volessero proteggere i loro Frangitori da qualunque tipo di problemi psichici. Inoltre avrebbero voluto preservare il loro «sole» il più a lungo possibile; lì era tutto antiquato e a rischio di guasti.

Finalmente Roland passò il binocolo a Susannah. «Guarda in particolare le costruzioni alle due estremità del rettangolo d'erba.» Srotolò la mappa come un personaggio di qualche dramma teatrale che si accinge a leggere una pergamena, vi diede una lieve occhiata e disse: «Sono i numeri 2 e 3 di questa mappa».

Susannah esaminò con attenzione gli edifici. Quello contrassegnato dal numero 2, la Casa del Direttore, era una piccola Cape Cod di colore blu elettrico e finiture bianche. Era quella che forse sua madre avrebbe definito una casa da fiaba, per via dei colori sgargianti e dell'appariscente merlatura che ornava gli spioventi del tetto.

Casa Damli era molto più grande e, nel momento in cui si mise a studiarla lei, c'erano molte persone che entravano e uscivano. Alcune avevano l'atteggiamento tranquillo dei borghesi, mentre altre sembravano molto più... bah, diciamo vigili. E vide anche due o tre individui curvi sotto carichi pesanti. Offrì il binocolo a Eddie e gli chiese se secondo lui erano dei Figli di Roderick.

«Direi di sì», rispose lui. «Ma non riesco a capire bene...»

«Lasciate perdere i Rod», intervenne Roland. «Non è questo il momento. Che cosa pensi di quei due edifici, Susannah?»

«Be'», rispose lei procedendo con prudenza (non aveva la minima idea di che cosa desiderasse Roland da lei), «sono tutti e due tenuti con grande cura, specialmente se li vogliamo confrontare ad alcune di quelle costruzioni cadenti che abbiamo incontrato nei nostri viaggi. Quella che chiamano Casa Damli è particolarmente elegante. È uno stile che noi chiamiamo Queen Anne e...»

«Sono di legno, secondo te, o è solo un effetto ottico? Sono particolarmente interessato alla casa che chiamano Damli.»

Susannah puntò di nuovo il binocolo, quindi lo passò a Eddie. Guardò anche lui, prima di consegnarlo a Jake. Mentre Jake studiava l'edificio, si udì un CLIC! potente che echeggiò per miglia... e il sole di Cecil B. DeMille che aveva illuminato il Devar-Toi come un occhio di bue si spense, avvolgendoli in un denso crepuscolo viola che presto si sarebbe trasformato in un buio completo e assoluto.

In esso il cane del deserto ululò di nuovo, facendo accapponare la pelle sulle braccia di Jake. Il richiamò salì... salì... e all'improvviso s'interruppe su un'ultima sillaba strozzata. Fu come un grido finale di sorpresa e Jake non ebbe dubbio che il cane del deserto fosse morto. Qualcosa gli si era avvicinato di soppiatto e, quando la grande luce si era spenta...

Notò che di sotto c'erano ancora luci accese: una doppia fila di lumi bianchi che potevano essere i lampioni di «Pleasantville», circoletti gialli che erano probabilmente lampade al sodio lungo i vialetti di quella che Susannah chiamava l'Università dei Frangitori... e faretti che disegnavano forme casuali sul sipario dell'oscurità.

No, si corresse Jake, non sono faretti. Sono fotoelettriche. Come i riflettori in un film carcerario. «Torniamo indietro», disse. «Non c'è più niente da vedere e quassù al buio non mi piace.»

Roland fu d'accordo con lui. Lo seguirono, in fila indiana, Eddie con Susannah in braccio e Jake in coda con Oy alle calcagna. Si aspettava che da un momento all'altro un secondo cane del deserto ricevesse le consegne da quello che lo aveva preceduto, ma non accadde.

 

4

 

«Erano di legno», riferì Jake. Era seduto a gambe incrociate sotto una delle lanterne a gas, piacevolmente accarezzato dal bagliore bianco.

«Legno», concordò Eddie.

Susannah esitò per un momento, consapevole che era una questione di notevole importanza e riesaminò mentalmente ciò che aveva visto. Poi annuì anche lei. «Legno, ne sono quasi sicura. Specialmente quella che chiamano Casa Damli. Una Queen Anne di pietre o mattoni e camuffata in modo che sembri di legno? Non ha senso.»

«Se trae in inganno dei viaggiatori che volentieri la incendierebbero», obiettò Roland, «ce l'ha. Ha molto senso.»

Susannah rifletté. Naturalmente Roland aveva ragione, tuttavia...

«Io insisto.»

Roland annuì.

«Anch'io.» Aveva trovato una bottiglia verde con scritto PERRIER. La stappò e si accertò che la Perrier fosse acqua. Prese cinque tazze e ne versò in ciascuna. Le posò davanti a Jake, Susannah, Eddie, Oy e se stesso.

«Tu mi chiami dinh?» chiese a Eddie.

«Sì, Roland, lo sai.»

«Vuoi dividere il khef con me e bere quest'acqua?»

«Sì, se ti fa piacere.» Fino a un attimo prima Eddie sorrideva, ma ora non ne aveva più voglia. Era riapparsa quella sensazione ed era forte. Ka-shume, una parola di pena che ancora non conosceva.

«Bevi, servo.»

A Eddie non piacque molto sentirsi chiamare servo, ma bevve la sua acqua. Roland s'inginocchiò davanti a lui e gli posò un breve bacio sulle labbra. «Ti voglio bene, Eddie», disse e, nelle rovine di Rombo di Tuono, si alzò il vento del deserto portando renosa polvere venefica.

«Ehm... anch'io ti voglio bene», ribatté Eddie. Gli era scappato, cogliendo lui stesso in contropiede. «Che cosa c'è che non va? E non dirmi che non è niente perché lo sento.»

«Niente non va», rispose Roland sorridendo, ma mai Jake aveva sentito tanta tristezza nella voce del pistolero. Ne fu atterrito. «È solo il ka-shume e coglie ogni ka-tet che mai abbia a essere... ma ora, mentre il nostro è integro, noi dividiamo la nostra acqua. Dividiamo il nostro khef. Questa è una cosa lieta.»

Si rivolse a Susannah.

«Tu mi chiami dinh?»

«Sì, Roland, io ti chiamo dinh.» Era molto pallida, ma forse era solo la luce delle lanterne a gas.

«Vuoi dividere il khef con me e bere quest'acqua?»

«Con piacere», rispose Susannah raccogliendo la tazza.

«Bevi, serva.»

Susannah bevve e i suoi seri occhi scuri non abbandonarono mai quelli di lui. Pensò alle voci che aveva udito nel suo sogno della cella a Oxford: morto questo, morto quello, morto quell'altro ancora; o Discordia, e le ombre si fanno più nere.

Roland la baciò sulla bocca. «Ti voglio bene, Susannah.»

«Anch'io ti voglio bene.»

Il cavaliere si rivolse a Jake. «Tu mi chiami dinh?»

«Sì», disse Jake. Sul suo pallore non c'era dubbio: persino le labbra aveva cineree. «Ka-shume significa 'morte', non è vero? A chi di noi toccherà?»

«Non lo so», rispose Roland, «e può ben darsi che l'ombra si sollevi da noi, perché la ruota sta ancora girando. Non hai avvertito il ka-shume quando tu e Callahan siete entrati in quel posto di vampiri?»

«Sì.»

«Ka-shume per entrambi?»

«Sì.»

«Eppure tu sei qui. Il nostro ka-tet è forte ed è sopravvissuto a molti pericoli. Potrebbe sopravvivere anche a questo.»

«Ma io sento...»

«Sì», lo precedette Roland. Il suo tono era dolce, ma nei suoi occhi c'era quell'espressione terribile. Quella che andava al di là della semplice tristezza, quella che diceva che, comunque fosse andata, più avanti c'era la Torre, più avanti c'era la Torre Nera, ed era laggiù che lui dimorava, cuore e anima, ka e khef. «Sì, lo sento anch'io. Tutti noi lo sentiamo. Ed è per questo che beviamo l'acqua, che è il simbolo della nostra fratellanza, l'unione di ciascuno con gli altri. Vuoi dividere quest'acqua e il khef con me?»

«Sì.»

«Bevi, servo.»

Jake bevve. Poi, prima che Roland potesse baciarlo, lasciò cadere la tazza, gli buttò le braccia al collo e gli sibilò nell'orecchio: «Roland, ti amo».

«Anch'io ti amo», rispose il pistolero e si staccò da lui. Fuori il vento rinforzò di nuovo. Jake attese che qualcuno ululasse, magari di trionfo, ma non accadde.

Sorridendo, Roland si rivolse al bimbolo.

«Oy del Medio-Mondo, tu mi chiami dinh?»

«Dinh!» esclamò Oy.

«Vuoi dividere il khef con me e quest'acqua?»

«Khef! Qua!»

«Bevi, servo.»

Oy infilò il muso nella tazza, una manovra eseguita non senza grazia, e bevve tutta l'acqua lambendola con la lingua. Poi rialzò la testa trepidante. Aveva goccioline di Perrier sui baffi.

«Oy, ti voglio bene», disse Roland e si sporse a tiro dei denti affilati del bimbolo. Oy gli leccò la guancia una sola volta, poi infilò nuovamente il muso nella tazza sperando d'essersi perso qualche goccia.

Roland offrì le mani ai compagni. Jake ne prese una e Susannah l'altra. Presto furono tutti uniti. Come ubriaconi alla fine di una riunione degli Alcolisti Anonimi, pensò Eddie.

«Noi siamo ka-tet», intonò Roland. «Noi siamo uno di molti. Abbiamo messo in comune la nostra acqua come abbiamo messo in comune la nostra vita e la nostra ricerca. Se uno avesse a cadere, quell'uno non sarà perduto, perché noi siamo uno e non dimenticheremo, nemmeno nella morte.»

Si tennero per mano ancora per un momento, Roland fu il primo a ritrarsi.

«Che piano hai?» gli chiese Susannah. Non lo chiamò zuccherino; non usava più per lui né quel vezzeggiativo né altri, per quanto Jake ricordava. «Ce lo vuoi dire?»

Roland indicò con la testa il registratore sul barile. «Forse prima dovremmo ascoltare quello», rispose. «Ho una sorta di piano, ma quello che ha da dirci Brautigan potrebbe aiutarci a metterlo a punto.»

 

5

 

La notte a Rombo di Tuono è la definizione stessa della tenebra: niente luna, niente stelle. Se tuttavia ci trovassimo nell'antro in cui Roland e il suo tet hanno appena celebrato il khef e stanno ora ascoltando i nastri lasciati loro da Ted Brautigan, vedremmo due tizzoni rossi sospesi in quell'oscurità spazzata dal vento. Se salissimo per il sentiero lungo il fianco dello Steek-Tete verso quei tizzoni fluttuanti (impresa pericolosa al buio), ci troveremmo a un certo punto al cospetto di un ragno con sette zampe accovacciato su una carcassa che ci ispirerebbe raccapriccio per quanto somiglia a un otre svuotato: i resti di un mutante di coyote. Questo can-toi-tete era una creatura a dir poco bislacca, quando era ancora in vita, con un embrione di quinta zampa che le spuntava dal petto e un ammasso di carne gelatinosa che le pendeva tra le zampe posteriori come una mammella deforme, ma le sue carni sono lo stesso di nutrimento a Mordred e il suo sangue, bevuto in una serie di sorsi prolungati, è dolce come vino da dessert. Ci sono per la verità ogni sorta di cose da mangiare da quelle parti. Mordred non ha amici che lo sbalzino da un luogo all'altro in virtù degli stivali delle sette leghe della psicocinesi, ma ha trovato il viaggio dalla stazione di Rombo di Tuono allo Steek-Tete tutt'altro che difficile.

Ha origliato abbastanza da essere sicuro sulle intenzioni di suo padre: un attacco a sorpresa al campo sottostante. La loro inferiorità numerica è peggio che plateale, ma la squadra di pistoleri di Roland gli è sommamente devota e la sorpresa è un'arma potentissima.

E i pistoleri sono quelli che Jake chiamerebbe fou, pazzi, quando il sangue monta loro alla testa, e assolutamente impavidi. Tale follia è un'arma ancor più potente.

A quanto pare Mordred è venuto al mondo con un discreto quantitativo di conoscenza innata. Sa per esempio che se il suo Padre Rosso fosse stato in possesso delle informazioni che lui stesso ora aveva acquisito, avrebbe immediatamente trasmesso al Capataz di Devar-Toi o al capo della Sicurezza la notizia della presenza del pistolero. Dopodiché, nel corso della notte imminente, sarebbe toccato al ka-tet giunto dal Medio-Mondo a subire l'imboscata. Tutti quanti uccisi nel sonno, orsì, cosicché i Frangitori avrebbero continuato la loro opera nel nome del Re. Mordred non è nato avendo in sé cognizione di quell'opera, ma è capace di pensiero logico e il suo udito è acuto. Ora percepisce le intenzioni dei pistoleri: sono venuti a infrangere i Frangitori.

Lui potrebbe impedirglielo, è vero, ma a Mordred non interessano i progetti o le ambizioni del suo Padre Rosso. Ciò che soprattutto lo appaga, sta scoprendo, è la mesta solitudine del fuori. Di osservare con il freddo interesse con cui un bambino contempla la vita e la morte e la guerra e la pace attraverso il vetro della teca che contiene il formicaio sul comò della sua stanza.

Permetterà che il ki'-dam uccida il suo Padre Bianco? Oh, probabilmente no. Mordred riserva quel piacere a se stesso e ha le sue ragioni; ha già le sue ragioni. Ma quanto agli altri, il giovane, il ragazzo, la donna con le gambe mozze... sì, il ki'-dam Prentiss avrà la meglio, che faccia pur fuori uno o più di costoro. Dal canto suo, lascerà che il gioco si svolga secondo le regole. Lui assisterà. Lui ascolterà. Lui sentirà le grida e l'odore di bruciato e guarderà il sangue scorrere sulla terra. Poi, se giudicherà che Roland stia per soccombere, interverrà di persona. Nel nome del Re Rosso, se gli sembrerà una buona idea, ma in realtà in nome di se stesso, e per le proprie ragioni, che sono più che semplici: Mordred ha fame.

E se Roland e il suo ka-tet dovessero spuntarla? Se vincessero loro e riprendessero la via della Torre? Mordred non crede che andrà così, perché è lui stesso in un modo bizzarro membro del loro ka-tet, divide il loro khef e sente ciò che sentono loro. Sente cioè l'incombente frattura nella loro fratellanza.

Ka-shume! pensa Mordred sorridendo. È rimasto un occhio nel muso del cane del deserto. Una zampa nera e pelosa del ragno lo accarezza, poi lo strappa. Mordred lo mangia come un acino d'uva, poi torna al filo di luce bianca delle lanterne a gas che filtra intorno agli angoli della coperta che Roland ha appeso sull'imboccatura della grotta.

Potrebbe scendere più vicino? Abbastanza vicino da ascoltare?

Mordred ritiene di sì, specialmente con quel vento che maschera il rumore dei suoi movimenti. Un'idea emozionante.

Scende per il pendio roccioso verso il bagliore erratico delle lanterne, verso il mormorio della voce che esce dal registratore e i pensieri di coloro che ascoltano: i suoi fratelli, la sua madre-sorella, il bimbolo domestico e, naturalmente, a soprintendere a tutti loro, il Grande Bianco Ka-Papà.

Mordred si avvicina di più, fin dove glielo consente l'azzardo, poi si accovaccia nel buio freddo e ventoso, triste e lieto della sua tristezza, a sognare i suoi sogni da creatura di fuori. Dentro, dietro la coperta, c'è luce. Che se la godano pure; per il momento che luce sia. Verrà l'ora in cui lui, Mordred, la spegnerà. E nell'oscurità troverà il proprio piacere.

 

8

Appunti dalla Casa di Pan di Zenzero

 

1

 

Eddie guardò gli altri. Jake e Roland sedevano sui sacchi a pelo lasciati per loro. Oy era accucciato ai piedi di Jake. Susannah era comodamente parcheggiata sulla sella della sua Trici Gran Turismo. Eddie annuì soddisfatto e spinse il tasto PLAY. Le bobine girarono... ci fu silenzio... girarono... e silenzio... poi, dopo essersi schiarito la gola, Ted Brautigan cominciò a parlare. Ascoltarono per più di quattro ore. Ogni volta che una bobina si esauriva, Eddie la sostituiva con un nastro nuovo, senza perdere tempo a riavvolgere quello vecchio.

Nessuno propose una sosta, certamente non Roland, che ascoltò muto e incantato anche quando riprese a pulsargli l'anca. Ora era convinto di capire meglio; capiva certamente che avevano una possibilità autentica di fermare quanto stava avvenendo nel campo sotto di loro. Era una consapevolezza che lo spaventava perché le loro probabilità di successo erano esigue. Glielo ricordava il ka-shume. E quale fosse la posta in gioco non era mai veramente chiaro fino al momento in cui appariva la dea in tunica bianca, la dea-puttana che lasciava scivolare all'indietro la manica a mostrare il bel braccio bianco che invitava a raggiungerla: Vieni a me, corri da me. Sì, è possibile, puoi raggiungere il tuo scopo, tu puoi vincere, quindi corri da me, dammi tutto il tuo cuore. E se io te lo spezzassi? Se uno di voi avesse a cadere, se dovesse precipitare nel baratro del coffah (il posto che i tuoi nuovi amici chiamano «inferno»)? Peggio per te.

Se uno di loro fosse caduto nel coffah e fosse bruciato ormai in vista delle fontane, sarebbe stato un peccato davvero. E la puttana in tunica bianca? Oh be', lei si sarebbe posata le mani sui fianchi e avrebbe rovesciato la testa all'indietro e avrebbe riso guardando il mondo finire. Quasi tutto dipendeva dall'uomo la cui voce stanca e posata riempiva ora la grotta. La Torre Nera stessa dipendeva da lui, perché Brautigan era un uomo dai poteri indicibili.

La cosa sorprendente è che lo stesso si poteva dire di Sheemie.

 

2

 

«Prova. Uno due tre... prova, uno due tre... prova, prova, prova. Sono Ted Stevens Brautigan e questa è una prova...»

Una pausa breve. Le bobine giravano, una piena, l'altra che cominciava a riempirsi adesso.

«Bene così. Ottimo, anzi. Non ero sicuro che questo aggeggio funzionasse, specialmente qui, ma sembra tutto in regola. Mi preparo a questo cercando di immaginarmi voi quattro - cinque, contando l'amichetto del ragazzo - che mi ascoltate, perché ho sempre trovato nella visualizzazione una tecnica eccellente quando ci si predispone a una presentazione. Purtroppo in questo caso non funziona. Sheemie può inviarmi ottime immagini mentali, straordinarie, potrei dire, ma Roland è il solo di voi che riesca veramente a vedere e solo ai tempi della caduta di Gilead, quando entrambi erano molto giovani. Senza offesa, amici, ma ho il sospetto che il Roland che sta giungendo ora a Rombo di Tuono somigli assai poco al giovanotto che il mio amico Sheemie tanto venera.

«Dove sei ora, Roland? Nel Maine in cerca dello scrittore? Quello che più o meno ha creato anche me? A New York a cercare la moglie di Eddie? C'è qualcuno di voi ancora vivo, se è per questo? So che le probabilità che arriviate a Rombo di Tuono non sono molto alte; il ka vi sta attirando al Devar-Toi, ma un anti-ka molto potente, messo in moto da uno che chiamate Re Rosso, lavora contro di voi e il vostro tet in mille modi. Ciononostante...

«È stata Emily Dickinson a chiamare la speranza 'la cosa con le piume'? Non ricordo. Ci sono molte cose che non ricordo più, ma sembra che ricordi ancora come combattere. Forse questo è un bene. Io spero che sia un bene.

«Vi è capitato per caso di chiedervi dove sto registrando queste parole, signora e signori?»

No. Sedevano semplicemente, ipnotizzati dal suono un po' polveroso della voce di Brautigan, a passarsi una bottiglia di Perrier e un barattolo pieno di cracker integrali.

«Ve lo dirò io», continuò Brautigan, «in parte perché i tre di voi che vengono dall'America lo troveranno di sicuro divertente, ma soprattutto perché potrebbe esservi utile nel formulare un piano per fermare quello che sta avvenendo ad Algul Siento.

«Mentre parlo, sono seduto su una seggiola di cioccolata. Sotto di me ho un grosso marshmallow blu e dubito che i materassini gonfiabili che abbiamo in mente di lasciarvi possano essere più comodi. Pensereste che un sedile così sia appiccicoso, invece non lo è. Le pareti di questa stanza e anche la cucina che vedo alla mia sinistra oltre l'arco di caramelle gommose, sono fatte di bonbon verdi, gialli e rossi. Se lecchi quelli verdi senti il sapore di limetta. Lecchi quelli rossi e sanno di lampone. Anche se il gusto (in tutti i sensi di questa parola così subdola) non ha ispirato più che tanto le scelte di Sheemie, o almeno così credo io; secondo me ha semplicemente un debole infantile per forti colori primari.»

Roland stava annuendo con un sorrisetto sulle labbra.

«Anche se devo dirvi», aggiunse la voce con una punta di rimprovero, «che sarei felice di avere almeno una stanza in una tinta un po' più sobria. Qualcosa in blu, per esempio. Le Tonalità del marrone sarebbero ancora meglio.

«A proposito di tonalità del marrone, anche le scale sono di cioccolata. Il corrimano è un bastone di zucchero. Non si può però dire 'le scale che salgono al primo piano', perché non c'è un primo piano. Dalla finestra si vedono passare automobili che somigliano a dolcini in maniera assai sospetta e la strada sembra di liquirizia. Ma se apri la porta e fai anche un solo passo verso Via Liquirizia, ti ritrovi al punto di partenza. In quello che potremmo chiamare 'il mondo reale', in mancanza di una definizione migliore.

«La Casa di Pan di Zenzero, che è il nome che le abbiamo dato noi, perché questo è l'odore che si sente sempre qui dentro, odore di pan di zenzero caldo, appena sfornato, ebbene, questa casa è una creazione di Dinky quanto di Sheemie. Dinky finì con Sheemie al dormitorio di Casa Corbett e una notte sentì Sheemie piangere fino ad addormentarsi. Molta gente avrebbe tirato dritto in un caso come questo e mi rendo conto che nessuno al mondo somiglia al Buon Samaritano meno di Dinky Earnshaw, ma lui, invece di continuare per la sua strada, bussò alla porta di Sheemie e gli chiese il permesso di entrare.

«Chiedetegliene ora e Dinky vi risponderà che per lui era stata la cosa più normale del mondo. 'Ero nuovo lì dentro, mi sentivo solo, avevo voglia di fare amicizia' vi risponderebbe. 'Sentendo uno piangere in quel modo, ho pensato che anche lui avesse voglia di un amico.' Tutto normalissimo. E così sarebbe in molti posti, ma non ad Algul Siento. E questo dovete capirlo più di ogni altra cosa, io credo, se volete capire noi. Dunque perdonatemi se mi dilungo un po' sulla questione.

«Alcuni degli umani di guardia ci chiamano mork, da Mork, il nome di un alieno venuto dallo spazio in non so quale telefilm. E i mork sono le persone più egoiste del mondo. Antisociali? Non proprio. Alcuni sono estremamente sociali, ma solo nei limiti in cui serve loro per ottenere ciò che vogliono in quel momento o di cui in quel momento hanno bisogno. Pochissimi mork sono sociopatici, ma quasi tutti i sociopatici sono mork, se mi seguite. Il più celebre, e dobbiamo ringraziare il cielo che gli uomini bassi non lo abbiano mai portato qui, era un pluriomicida di nome Ted Bundy.

«Se vi avanzano una o due sigarette, non ci sarà nei vostri dintorni individuo più premuroso, oppure colmo di ammirazione per voi, di un mork a caccia di una cicca. Dopo che l'avrà ottenuta, però, svanirà nel nulla.

«La maggior parte di loro, e sto dicendo il novantotto o novantanove per cento, sentendo qualcuno piangere dietro quella porta chiusa, non avrebbe neppure rallentato il passo. Dinky bussò e chiese se poteva entrare, sebbene fosse nuovo del posto e giustificabilmente confuso (pensava anche che sarebbe stato punito per aver assassinato il suo precedente principale, ma questa è un'altra storia).

«E osserviamo anche la situazione dalla prospettiva di Sheemie. Di nuovo, direi che il novantotto o anche novantanove per cento dei mork avrebbe risposto a una domanda come quella gridando: 'Togliti dalle palle!' o persino: 'Vaffanculo!' Perché? Perché noi siamo infinitamente consapevoli di essere diversi dalla gente comune e la nostra è una differenza che ai più non piace. Come agli uomini di Neanderthal non piacevano i primi Cro-Magnon, immagino. Ai mork non piace essere sorpresi con la guardia abbassata.»

Una pausa. Le bobine ruotavano. Tutti e quattro percepirono lo sforzo di concentrazione di Brautigan.

«No, non è proprio così», riprese finalmente. «Quello che ai mork non piace è essere sorpresi in uno stato di vulnerabilità emotiva. Collera, felicità, pianto o risa isteriche, questo genere di condizioni. È lo stesso che se voi vi presentaste in una situazione di pericolo senza le vostre armi.

«Per molto tempo io sono vissuto qui da solo. Ero un mork altruista, che mi piacesse o no. Poi arrivò Sheemie, abbastanza coraggioso da accettare consolazione se consolazione gli era offerta. E Dinky, che era incline a dare sostegno morale. La maggior parte dei mork sono degli egoisti introversi camuffati da individualisti un po' scostanti, a loro piace essere visti come dei rudi solitari alla Dan'l Boone, e in questo il personale di Algul ci sguazza, credetemi. Non c'è comunità più facile da governare di quella che ripudia il concetto stesso di comunità. Capite ora perché ero attratto da Sheemie e Dinky e quanto sono stato fortunato per averli trovati?»

La mano di Susannah era scivolata in quella di Eddie. Lui gliela strinse con delicatezza.

«Sheemie aveva paura del buio», seguitò Ted. «Gli uomini bassi - io li chiamo tutti uomini bassi, anche se qui lavorano assieme umani, taheen e can-toi - hanno una decina di test sofisticati con cui misurare il potenziale psichico, ma lo stesso non sono stati in grado di capire che avevano messo le mani su un mezzo scemo che aveva semplicemente paura del buio. Peggio per loro.

«Dinky colse immediatamente il problema e lo risolse raccontando a Sheemie delle storie. Cominciò con delle fiabe e una di esse era Hänsel e Gretel. Sheemie restò affascinato dall'idea di una casa fatta di dolci e sollecitò ripetutamente Dinky perché la arricchisse di particolari. Dunque, come vedete, è stato in realtà Dinky ad aver inventato le sedie di cioccolata con il cuscino di marshmallow, l'arco di caramelle gommose e il bastone di zucchero come corrimano delle scale. Per un po' c'è stato anche il primo piano, dove c'erano i letti dei Tre Orsi. Ma a Sheemie quella fiaba non è mai piaciuta molto e, quando uscì di mente a lui, il piano di sopra della Casa di Pan di Zenzero...» Ted Brautigan ridacchiò. «Be', immagino che possiamo dire che si è biodegradato.

«In tutti i casi io credo che il posto in cui mi trovo in questo momento sia in realtà una fistola nel tempo, oppure...» Un'altra pausa. Un sospiro. Poi: «Sentite, ci sono un miliardo di universi che contengono un miliardo di realtà. È una considerazione a cui sono giunto da quando sono stato riportato qui da quella che il ki'-dam insiste nel voler definire 'la mia piccola vacanza nel Connecticut'. Quel mellifluo figlio di puttana!»

Odio autentico nella voce di Brautigan, rifletté Roland, ed era un bene. L'odio era una cosa buona. Era utile.

«Quelle realtà sono come una casa degli specchi, dove non ti è dato mai di trovare due immagini riflesse assolutamente identiche. Tornerò a questa similitudine a suo tempo, ma al momento ciò che voglio che capiate, o che semplicemente accettiate, è che la realtà è organica, la realtà è viva. È un po' come un muscolo. Quello che fa Sheemie è praticare un'iniezione in quel muscolo con un ago mentale. Se ha questa siringa particolare è perché è speciale...»

«Perché è un mork», mormorò Eddie.

«Zitto!» lo rimproverò Susannah.

«... usarla», finì Brautigan.

(Roland si chiese se non fosse il caso di riavvolgere qualche spanna di nastro per recuperare le parole andate perse, ma concluse che non era importante.)

«È un luogo fuori del tempo, fuori della realtà. So che capite qualcosa della funzione della Torre Nera, ne comprendete il principio unificatore. Ebbene, pensate alla Casa di Pan di Zenzero come fosse un balcone della Torre: quando veniamo qui, siamo fuori della Torre ma siamo comunque collegati a essa. È un luogo reale, abbastanza reale perché io possa tornare indietro con le mani e i vestiti sporchi di dolciumi, ma è un luogo al quale solo Sheemie Ruiz ha accesso. E quando siamo lì, l'aspetto che assume è quello che decide lui. Viene da chiedersi, Roland, se tu o i tuoi amici avevate avuto sentore di che cosa è in realtà Sheemie e di che cosa è capace quando lo conosceste a Mejis.»

A quel punto Roland si allungò per il premere il tasto STOP. «Sapevamo che era... particolare», rivelò agli altri. «Sapevamo che era speciale. Ogni tanto Cuthbert diceva: 'Ma che cosa ha mai quel ragazzo? Mi fa venire il prurito!' Poi ricomparve a Gilead, lui e il suo mulo, Cappi. Sostenne di averci seguito. E noi sapevamo che era impossibile, ma ormai, con tutto quello che stava accadendo, un mozzo di saloon di Mejis, lento di comprendonio ma allegro e servizievole, era all'ultimo posto dei nostri problemi.»

«Si era teletrasportato, vero?» chiese Jake.

Roland, che non aveva mai sentito quella parola, annuì immediatamente. «Almeno per parte del viaggio. Non può essere altrimenti. Tanto per dirne una, come avrebbe potuto attraversare lo Xay? C'è un unico ponte, fatto di corde, e dopo che lo avemmo attraversato noi, Alain lo tagliò. Lo guardammo precipitare nell'acqua, per trecento metri.»

«Forse ci è passato intorno», azzardò Jake.

Roland annuì. «Può darsi... ma sarebbe uscito di strada per almeno seicento ruote.»

Susannah fischiò.

Eddie attese di sapere se Roland avesse qualcos'altro da aggiungere. Quando fu chiaro che così non era, fu lui a protendersi per fare ripartire il registratore. La voce di Ted riempì di nuovo la grotta.

«Sheemie è uno psicocinetico. Dinky è un precognitivo... tra le altre cose. Purtroppo gli sono preclusi molti dei canali affacciati sul futuro. Se vi domandate se il giovane sai Earnshaw sa come andrà a finire tutto quanto, la risposta è no.

«Tornando a noi, siamo dunque rimasti con questo foro da ago ipodermico nella carne vivente della realtà... in questo balcone appeso alla Torre Nera... questa Casa di Pan di Zenzero. Un luogo reale, per quanto possa essere difficile crederlo. È qui che custodiamo le armi e l'attrezzatura da campeggio che abbiamo intenzione di mettervi a disposizione in una delle grotte sul lato esterno dello Steek-Tete, ed è qui che io sto incidendo questo nastro. Quando ho lasciato la mia stanza portandomi sotto il braccio questa macchina così antiquata ma spaventosamente efficiente, erano le 10.14, ora locale di Cielo Blu. Quando tornerò, saranno ancora le 10.14 del mattino, a prescindere da quanto si sia protratta la mia assenza. Questo è solo uno degli aspetti estremamente vantaggiosi della Casa di Pan di Zenzero.

«Dovete tenere ben presente, e forse Roland, come vecchio amico di Sheemie, già lo sa, che noi siamo tre ribelli in una società votata al principio del seguire la corrente per convenienza, dovesse anche significare la fine dell'esistenza... e più presto che tardi. Abbiamo alcuni talenti straordinariamente utili e grazie a essi siamo riusciti a mantenerci sempre un passo avanti. Ma se Prentiss o Finli di Tego, che è il capo della Sicurezza di Prentiss, scoprono che cosa stiamo cercando di fare, prima di notte Dinky sarà cibo per i vermi. E molto probabilmente anche Sheemie. Io resisterei presumibilmente un po' più a lungo, per ragioni alle quali arriverò, ma se Pimli Prentiss scopre che stiamo cercando di aprire una via all'intervento di un pistolero per intralciare i suoi maneggi, un cavaliere che potrebbe aver già orchestrato la morte di più di sessanta mantelle verdi non lontano da qui, anche la mia vita potrebbe non essere più al sicuro.» Una pausa. «Per quanto insignificante essa sia.»

Ci fu una pausa ancora più lunga. La bobina prima vuota era ora piena per metà. «Ascoltate, dunque», riprese Brautigan, «e io vi racconterò la storia di un uomo sventurato e sfortunato. Potrebbe essere una storia troppo lunga per il tempo che potete dedicarmi e, se così fosse, sono sicuro che almeno tre di voi conoscono l'impiego del tasto con scritto FF. Quanto a me, sono in un posto dove gli orologi sono obsoleti e l'erba da fumare è senza dubbio proibita per legge. Io ho tutto il tempo del mondo.»

Eddie fu di nuovo colpito dalla stanchezza che c'era nella sua voce.

«Vi consiglio solo di non usare l'avanti veloce se solo vi è possibile. Come ho detto, qui potrebbe esserci qualcosa di utile per voi, anche se non so che cosa. Io ci sono semplicemente troppo vicino e sono stanco di tenere la guardia alzata, non solo da sveglio, ma anche quando dormo. Se non potessi scappare di tanto in tanto alla Casa di Pan di Zenzero a dormire senza difese, i can-toi di Finli ci avrebbero già beccato tutti e tre da molto tempo. C'è un divano nell'angolo, anch'esso costruito con quei fantastici marshmallow che non attaccano. Io posso andare lì a distendermi e avere gli incubi di cui ho bisogno per conservare il mio raziocinio. Poi posso tornare al Devar-Toi dove il mio compito non è solamente quello di proteggere me stesso ma di proteggere anche Sheemie e Dinky. Accertarmi che quando ci assentiamo per i nostri traffici clandestini, alle guardie e al loro fottuto telemetro, sembri che siamo al nostro posto: nelle nostre stanze, allo Studio, magari a vedere un film al Gem o a farci un gelato al drugstore di Henry Graham dopo il cinema. Significa anche continuare a infrangere e giorno dopo giorno sento il Vettore al quale stiamo lavorando ora, quello dell'Orso e della Tartaruga, che si piega un po' di più.

«Venite presto, ragazzi. Questo è il mio invito. Venite il più presto possibile. Perché non c'è solo la mia crescente debolezza, sapete? Dinky ha un caratteraccio e la brutta abitudine di lasciarsi andare a ogni genere di volgarità se qualcuno gli fa saltare la mosca al naso. Potrebbe dire la cosa sbagliata, quando è in quello stato d'animo. E Sheemie fa del suo meglio, ma se qualcuno gli rivolgesse la domanda sbagliata o lo sorprendesse a fare la cosa sbagliata quando non ci sono io nelle vicinanze a correre ai ripari...»

Brautigan non completò quell'ultima frase. Per i suoi attuali ascoltatori, era stato più che esplicito.

 

3

 

Quando riprende, è per raccontare loro di essere nato a Milford, Connecticut, nell'anno 1898. Tutti abbiamo ascoltato preamboli di questo genere, li conosciamo abbastanza bene da sapere che, nel bene o nel male, sono il segnale dell'inizio di un'autobiografia. Tuttavia, nell'ascoltare quella voce, nelle orecchie dei pistoleri risuona un'altra eco familiare, percepita persino da Oy. Dapprincipio non riescono a identificarla, ma con il tempo diventerà loro chiara. La storia di Ted Brautigan, un Ragioniere Girovago invece di un Prete Girovago, è per molti versi simile a quella di Père Donald Callahan. Potrebbero essere gemelli. E il sesto ascoltatore, quello nell'oscurità ventosa al di là della coperta che chiude l'ingresso della grotta, segue il racconto con crescente compassione e comprensione. Perché non dovrebbe? L'alcol non fa da protagonista nella storia di Brautigan come era in quella del Pere, ma quella di Ted è comunque una storia di dipendenza e isolamento, la storia di un outsider.

 

4

 

A diciotto anni, Theodore Brautigan viene ammesso ad Harvard, dove è già passato suo zio Tim, e lo zio Tim che non ha figli è più che lieto di finanziare l'istruzione superiore di Ted. Dal punto di vista di Timothy Atwood, quello che deve succedere è evidente e lineare: offerta fatta, offerta accettata, il nipote brilla in tutti i campi giusti, il nipote si laurea e si prepara a entrare nell'azienda di arredamento dello zio dopo un tour di sei mesi nell'Europa post prima guerra mondiale.

Quello che lo zio Tim non sa è che prima di andare ad Harvard, Ted cerca di arruolarsi in quella che presto avrebbe assunto il nome di Forza di Spedizione Americana. «Figliolo», gli dice il medico, «hai un soffio al cuore che è peggio di un fischio e il tuo udito è sotto la media. Ora vorresti venirmi a raccontare di essere venuto qui senza sapere che con queste limitazioni avresti ricevuto il timbro rosso? Perché, scusami se mi permetto di uscire dal mio seminato, ma mi sembri troppo sveglio perché tu abbia potuto credere di farla franca.»

Allora Ted Brautigan, fa una cosa che non ha mai fatto prima, che ha giurato che non avrebbe fatto mai. Chiede al dottore dell'esercito di scegliere un numero, non tra uno e dieci, ma tra uno e mille. Per accontentarlo (piove ad Hartford e per questo è giornata fiacca all'ufficio arruolamenti), il medico pensa il numero 748. Ted lo indovina. E poi 419... 89... 997. Quando Ted lo invita a pensare a un personaggio famoso, vivente o defunto, e quando gli fa il nome di Andrew Johnson, non Jackson ma Johnson, il medico ne è finalmente colpito. Chiama un collega, un amico, e Ted ripete il suo exploit... con una modifica. Chiede al secondo medico di scegliere un numero tra uno e un milione, poi gli dice che stava pensando a 87.416. Il secondo medico resta per un momento sorpreso, anzi, strabiliato, poi nasconde lo sconcerto dietro un sorrisone da faccia di merda. «Spiacente, figliolo», dice, «hai sbagliato solo di 130.000 circa.» Ted lo fissa, non sorride, non reagisce al sorriso da faccia di merda del quale è perfettamente consapevole, ma ha diciotto anni ed è ancora abbastanza giovane da restare incredulo di fronte a una falsità così smaccata e apparentemente inutile. Intanto il sorriso da faccia di merda ha cominciato a morire sulle labbra del dottore Numero Due. Il dottore Numero Due si rivolge al dottore Numero Uno e dice: «Guarda gli occhi, Sam... guarda che cosa sta succedendo ai suoi occhi».

Il primo medico cerca di puntare un oftalmoscopio negli occhi di Ted, il quale lo respinge con un gesto impaziente. Si è pur visto allo specchio e sa come talvolta le sue pupille si dilatano e sì contraggono, sa quando gli accade anche se non ci sono specchi in giro per via delle conseguenze che ha il fenomeno sulla sua vista, che prende, come dire, a balbettare, ed è una particolarità che non gli interessa, specialmente ora. Ciò che gli interessa ora è che il dottore Numero Due lo sta prendendo per il culo e lui non sa perché. «Questa volta scriva il numero», lo invita. «Lo scriva da qualche parte così non può barare.»

Il dottore Numero Due arrossisce violentemente. Ted rinnova la sua sfida. Sam mette carta e penna a disposizione del secondo medico, che lì per lì prende entrambe. Sta per scrivere un numero, ci ripensa, lascia cadere la penna sul tavolo di Sam e dice: «Questo è un trucchetto da baraccone, Sam, se tu non lo vedi, vuol dire che sei cieco.» E se ne va via impettito.

Ted esorta il dottor Sam a pensare a un parente e un momento dopo gli dice che sta pensando a suo fratello Guy, morto di appendicite quando aveva quattordici anni; da allora la mamma dice che Guy è l'angelo custode di Sam. Questa volta il dottor Sam fa l'espressione di chi ha appena ricevuto uno schiaffo. Finalmente si è impaurito. Che sia lo strano movimento delle pupille di Ted o l'elementare dimostrazione di telepatia senza alcun gigionesco strofinarsi la fronte, senza banalità come: «Ecco... si sta formando... un momento ancora...» Il dottor Sam ha finalmente paura. Pianta sulla domanda di Ted il grande timbro rosso con la scritta RESPINTO e cerca di sbarazzarsi di lui - avanti il prossùno, chi vuole andare in Francia a respirare iprite - ma Ted lo prende per un braccio e la sua stretta, che è riguardosa, non è minimamente titubante.

«Mi ascolti», dice Ted Stevens Brautigan. «Io sono un telepatico autentico. Lo sospettavo fin da quando avevo sei o sette anni, quand'ero grande abbastanza da conoscere quella parola, e ne sono sicuro da quando ne avevo sedici. Potrei essere di grande aiuto ai servizi segreti e in un posto come quello il mio udito sotto la media e il mio soffio al cuore non sarebbero un impedimento. Quanto agli occhi?» Si toglie dal taschino un paio di occhiali da sole e li inforca. «Da-dan!»

Prova a sorridere al dottor Sam. Non funziona. Alla porta dell'ufficio provvisorio di reclutamento allestito al dipartimento di educazione fisica del liceo di East Hartford c'è un sergente. Il sanitario lo convoca. «Questo ragazzo è un 4-F e sono stanco di discutere con lui. Sìa così gentile da scortarlo fuori.»

Ora è a Ted che afferrano il braccio e nient'affatto delicatamente.

«Un momento!» protesta Ted. «C'è qualcos'altro! Qualcosa di ancora più prezioso! Non so se c'è una parola per questo, ma...»

Non può continuare, perché il sergente lo trascina fuori e lo sospinge di buon passo per il corridoio, passando davanti a ragazze e ragazzi quasi suoi coetanei che lo guardano con tanto d'occhi. La parola esiste e la imparerà anni più tardi, a Cielo Blu. La parola è facilitator, e, per quanto concerne Paul «Pimli» Prentiss, questa qualità fa di Ted Stevens Brautigan l'umano più prezioso di tutto l'universo.

Ma non in quel giorno del 1916. In quel giorno del 1916, viene celermente sospinto giù per il corridoio e depositato sui gradini di granito davanti all'ingresso, dove il sergente con una voce più pesante di un macigno gli dice: «Adesso te ne stai qui fuori da bravino».

Per un po' Ted se ne sta dove lo hanno messo. Pensa: Che cosa ci vuole per convincerli? E: Ma come si fa a essere così ciechi? Non riesce a credere a quello che gli è appena successo.

Ma deve crederlo, perché adesso è lì, fuori. E al termine di una camminata di sei miglia in giro per Hartford gli sembra di capire qualcos'altro ancora. Cioè che non gli crederanno mai. Nessuno di loro. Mai e poi mai. Si rifiuteranno di riconoscere un briciolo di utilità in un ragazzo in grado di leggere le menti di tutto lo stato maggiore tedesco. Di un ragazzo che potrebbe dire all'alto comando alleato dove avverrà il prossimo sforzo bellico tedesco. Un ragazzo capace di fare una cosa così anche poche volte, fosse pure una o due! potrebbe far finire la guerra entro Natale. Ma non ne avrà la possibilità perché non gliela concederanno. E perché? Ha qualcosa a che fare con il secondo dottore che ha cambiato il numero quando Ted glielo ha indovinato e poi si è rifiutato di scriverne un secondo. È perché sotto sotto loro vogliono combattere e uno come lui rovinerebbe tutto.

È qualcosa così.

'Fanculo, allora. Andrà ad Harvard sponsorizzato da suo zio.

E così fa. Harvard è in tutto e per tutto come lo ha descritto Dinky e anche di più: filodrammatica, dibattiti, il Crimsom, i Mathematical Odd Fellows e, naturalmente, la ciliegina sulla torta, il Phi Beta Kacca. Fa persino risparmiare qualche spicciolo allo zietto laureandosi in anticipo.

E nel Sud della Francia, a guerra da tempo finita, quando gli arriva un telegramma: ZIO MORTO STOP TORNA SUBITO STOP.

Qui la parola chiave sembra essere STOP.

Dio sa quanto questo sia stato uno di quei giri di boa che segnano la vita delle persone. Tornò a casa, sì, e dispensò conforto dove conforto era richiesto, sì. Ma invece di entrare nell'azienda di mobili, Ted decide di FERMARE la sua marcia verso il successo economico e COMINCIARE la sua marcia verso l'oscurità economica. Nel corso del lungo racconto, il ka-tet di Roland non sente mai Ted Brautigan incolpare del suo volontario anonimato la speciale facoltà di cui è dotato, o il momento in cui ne ha preso coscienza: questo è uno di quei talenti preziosi che nessuno al mondo desidera.

E, Dio gli sia testimone, come se ne rende conto! Per cominciare il suo wild talent (come lo chiamano talvolta nelle riviste popolari di fantascienza) nelle circostanze giuste può essere fisicamente pericoloso. O in quelle sbagliate.

Nel 1935, nell'Ohio, fa di Ted Brautigan un omicida.

Sa bene che alcuni troverebbero questa definizione troppo severa, ma in questo in particolare sarà giudice di se stesso, grazie squisite a tutti, e secondo lui la parola è azzeccata. È Akron ed è un azzurro crepuscolo estivo e ci sono i bambini che giocano in Stossy Avenue, in fondo da una parte a tirare calci a un barattolo, in fondo dall'altra a battere una pallina contro un bastone, e Brautigan è fermo all'angolo in un vestito leggero, aspetta vicino al palo a strisce bianche, le strisce che dicono che lì c'è la fermata dell'autobus. Dietro di lui c'è un negozio di dolci abbandonato con l'aquila blu dell'NRA in una vetrina e un messaggio in vernice bianca scritto sul vetro dell'altra: STANNO UCCIDENDO I PICCOLI COMMERCIANTI. Ted è fermo lì con la sua cartella di cuoio un po' sbucciata e un sacchetto di carta con la cotoletta di maiale che ha comprato per cena al Fancy Butcher Shop, la bottega del signor Dale, quando all'improvviso qualcuno gli rovina addosso da tergo e lo manda a sbattere contro il palo del telefono con le strisce bianche. Lo urta per prima cosa con il naso. Gli si spezza. Spruzza sangue. Poi ci cozza contro con la bocca e sente i denti che gli si affondano nei tessuti morbidi delle labbra. E all'improvviso ha la bocca piena di un gusto salato come succo di pomodoro caldo. Avverte un colpo in fondo alla schiena e sente uno strappo. L'impatto è stato così violento che i calzoni gli sono scivolati a metà del sedere e gli pendono storti e aggrovigliati, come quelli di un clown, e a un tratto un tizio in maglietta e calzoni di gabardine e il fondo lucido di usura sta correndo giù per Stossy Avenue in direzione della partita a stickball e quella cosa che gli sbatacchia nella mano destra, che ondeggia come una lingua di pelle marrone, ah, ma quella cosa è il portafogli di Ted Brautigan. È stato appena scippato, per Dio!

Il crepuscolo viola di quella sera d'estate si addensa all'improvviso in un buio totale, poi si rischiara, poi s'infittisce di nuovo. Sono i suoi occhi che fanno quel trucco che vent'anni prima tanto ha sorpreso il secondo dottore, ma Ted non se ne accorge nemmeno. Tutta la sua attenzione è fissa sull'uomo in fuga, quel bastardo che gli ha appena scippato il portafogli e nel derubarlo gli ha cambiato i connotati. Non è mai stato così in collera in vita sua, mai, e sebbene il pensiero che invia all'uomo in fuga sia innocuo, quasi benevolo

(ehi amico ti avrei allungato un dollaro se me lo avessi chiesto, magari anche due)

porta con sé il peso mortale di una lancia scagliata. Ed è veramente una lancia. Gli ci vuole del tempo per accettarlo del tutto, ma quando il momento arriva si rende conto di essere un omicida e se c'è un Dio, un giorno Ted Brautigan si troverà al cospetto del Suo trono e dovrà rispondere di quello che ha appena fatto. L'uomo in fuga dà l'impressione di inciampare contro qualcosa, ma per terra non c'è niente, solo HARRY AMA BELINDA scritto con un gesso sbiadito sul marciapiede. La dichiarazione è circondata da disegnini infantili, stelline, una cometa, uno spicchio di luna, gli stessi che in futuro imparerà a temere. Per Ted è come se avesse ricevuto lui stesso una lancia in mezzo alla schiena, ma almeno lui è ancora in piedi. E non lo ha fatto con intenzione. C'è anche questo. Sa nel suo cuore di non averne avuta l'intenzione. Lui è stato solo... colto di sorpresa dall'ira.

Raccatta il portafogli e vede i bambini che lo guardano a bocca aperta. Punta il portafogli verso di loro come una pistola dalla canna strana, e il ragazzo con il manico di scopa trasale. E quel sussulto più che il corpo stramazzato a perseguitare Ted nel sonno per più di un anno di fila e poi saltuariamente per il resto della vita. Perché lui vuol bene ai bambini, non ne spaventerebbe mai uno di proposito. E sa che cosa stanno vedendo: un uomo con i calzoni calati ben sotto l'elastico delle mutande (per quel che ne sa potrebbe avere anche il ding-dong che gli pende fuori della patta e quello sarebbe sicuramente un magico tocco finale), un portafogli nella mano e un'espressione da matto sulla faccia piena di sangue.

«Voi non avete visto niente!» grida ai bambini. «Mi avete sentito? Ascoltatemi bene! Voi non avete visto niente!»

Poi si tira su i calzoni. Torna a recuperare la cartella, ma non la cotoletta di maiale nel sacchetto di carta marrone, 'fanculo la cotoletta, ha perso l'appetito insieme con uno degli incisivi. Poi lancia un'altra occhiata al corpo riverso sul marciapiede e ai bambini impauriti. Poi scappa.

La qual cosa diventa una professione.